Nel diciannovesimo secolo nuovi movimenti, facenti parte del riformismo islamico, si affacciano sul mondo arabo-islamico; tali movimenti si propongono come risposta alla supremazia e all’espansione occidentale, in particolare a quella europea. A differenza del risveglio islamico, che considerava l’Islam un sistema coerente in grado di affrontare la sfida della modernità, per i riformisti l’Islam è militarmente, economicamente e tecnologicamente arretrato e pertanto va riformato. I riformisti riconoscono la necessità di assimilare i valori e le tecniche moderne; citando Burhan Ghalioun[1]:
"la corrente riformista è nata in reazione agli effetti perversi della modernità, della sua azione destabilizzatrice e destrutturante. Questa corrente spera, attraverso l’avvicinamento dei valori della modernità a quelli dell’islam, di correggere le tensioni, gli squilibri crescenti che minacciano la prosecuzione del processo di modernizzazione.[2] Il lavoro dei riformisti, consiste nel separare oggetti e tecniche importate dai loro referenti occidentali, li obbliga a rinnovare la tradizione alla luce dell’epoca moderna. Questo rinnovamento è opera dei pensatori della Nahda[3] e della corrente riformista classica".[4]
Il discorso riformista, dunque, parte dal concetto che il mondo musulmano si trova in una fase di decadenza e che non è in grado di affrontare le sfide poste dalla modernità e dal progresso ed afferma che occorre adottare modelli culturali in grado di rispondere ai progressi dell’Europa industriale. Per i riformisti l’Occidente non è più qualcosa di lontano e minaccioso, ma si tratta di una realtà che va imitata ed emulata per far sì che la dar al islam riesca ad uscire dalla situazione di stallo in cui si trova. Tra i riformisti di maggior rilievo ricordiamo Jamal al-Din al-Afghani (1839-1897, persiano), Sayyid Ahmad Khan (India, 1817-1898), Khayr al-Din (1820-1890) e Muhammad ‘Abdu (1849-1905, egiziano); tutti costoro sono unanimi nel giudicare l’Occidente una macchina efficiente e ritengono che sia necessario "reinterpretare i concetti islamici classici alla luce di alcune categorie intellettuali europee per far compiere alle società islamiche un salto di qualità"[5]:
Fra il 1920 ed il 1945 nascono varie organizzazioni islamiche, tra cui ricordiamo le più importanti, vale a dire i Fratelli Musulmani[8] in Egitto e l’associazione degli ‘ulama con a capo ‘Abd al-Hamid Bin Badis[9] in Algeria; entrambe vengono superate da movimenti più radicali. Il movimento riformista algerino, noto come Salafismo[10](ritorno alle origini dell’Islam) nasce negli anni Trenta in contrapposizione al colonialismo francese che in Algeria permea tutti gli ambiti della società: politico, economico ma anche la culturale e religioso.
I movimenti di riformismo islamico possono essere considerati come una "reazione" di tipo culturale che, da un lato, cerca di reinterpretare l’Islam alla luce del progresso dell’Occidente e, dall’altro lato, vuole fare proprie nuove idee per farle assimilare alle élite al potere.
[1] Burhan Ghalioun, siriano, è direttore del Centro studi sull'Oriente contemporaneo e professore di civiltà araba all'università Sorbonne Nouvelle-Paris III. E' autore di numerose opere dedicate ai problemi sociali nel mondo musulmano, tra cui La malaise arabe: l'État contre la nation (1991).
[2] La "rivoluzione islamica" iraniana illustra questa rottura del processo di modernizzazione. La ripresa del processo passa, dunque, come lo constatiamo ogni giorno, attraverso il ritorno ad un islamismo riformista che rompe con il radicalismo khomeinista. B., Ghalioun, Islam e Islamismo. La modernità tradita. Editori Riuniti, Roma, 1998, p. 212.
[3] Letteralmente "Rinascimento". Il ritorno degli arabi, a partire dal XIX secolo, ai valori del patrimonio classico, soprattutto secolare, si traduce in un grande movimento di rinnovamento linguistico, letterario, intellettuale e religioso. La Nahda è il rinascimento culturale arabo nell'era moderna dopo secoli di letargo e di declino intellettuale. Ivi, p. 62.
[4] Ibidem.
[5] Y. M., Choueiri, Il fondamentalismo islamico: origini storiche e basi sociali. Il Mulino, Bologna, 1993, p. 60.
[6] Letteralmente Ijtihad significa "fare uno sforzo", interpretare un testo forzandone in senso restrittivo o estensivo la lettera o lo spirito. Questa forma di ermeneutica ebbe storicamente termine - la cosiddetta "chiusura della porta dell'Ijtihad" - nel 1600. Saranno proprio i riformisti islamici a porre il problema di "riaprire la porta": Ivi, p. 77.
[7] Ivi, p. 60.
[8] In Egitto l'Assocazione dei Fratelli Musulmani (AFM) fondata nel 1928, attirò l'attenzione delle autorità inglesi solo nel 1936, anno in cui in Palestina si registrarono i primi sintomi di una rivolta su larga scala contro l'occupazione britannica, la politica sionista e l'immigrazione ebraica. Hasan al-Banna, fondatore e capo supremo dell'AFM, rappresentava la fase culminante del riformismo islamico e del Salafismo. I suoi discorsi, i suoi pamphlets ed il suo atteggiamento politico esprimevano l'esigenza di riconciliare l'Islam con il mondo moderno. Di conseguenza concetti come nazionalismo, patriottismo, stato nazione, costituzionalismo e socialismo venivano rielaborati per farli apparire parte integrante del pensiero islamico. Ivi, p. 74.
[9] Nel 1931 il 'alim salafista algerino Bin Badis costituì, insieme con altri leader religiosi, l'Associazione degli ulama' algerini. L'associazione pubblicò giornali, pamphlet e libri, fondò una rete di scuole e cercò di far rinascere le arti locali. Ponendo l'accento sulla necessità di un'educazione moderna, sia religiosa che secolare, Bin Badis aspirava a raggiungere un certo numero di obiettivi correlati fra loro. Il suo scopo principale, e quello dei suoi compagni, era di contrastare i persistenti tentativi francesi di negare l'esistenza stessa dell'Algeria quale entità politica o nazionale. Ivi, p. 73.
[10] Con Salafiyyah, termine che richiama l'era degli antichi (i salaf), si intende quella tendenza a islamizzare la modernità attraverso la purificazione dei fondamenti della religione e la loro applicazione al presente che implica bensì il riconoscimento del valore della stessa modernità, ma anche l'aspirazione concomitante a superarlo. M., Campanini, Islam e Politica, Il Mulino, Bologna, 1999, p. 184.
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