Il 1400h: riflessioni a un trentennio dagli eventi che segnarono l'inizio del nuovo secolo islamico

La pubblicazione in Italia di Assedio alla Mecca di Yaroslav Trofimov (Newton Compton, Roma 2008; l'originale The Siege of Mecca è del 2007) offre lo spunto per una riconsiderazione in prospettiva islamistica dell'importanza degli avvenimenti dell'inizio del 1400h (1979) e dei risvolti che ebbero non solo sul piano politico, ma anche su quello dottrinale.
In questo senso, il libro di Trofimov ha l'indubbio merito di raccontare in maniera giornalisticamente accattivante ed accurata, uno degli episodi più drammatici della storia dell'Arabia Saudita e più in generale dell'islam, che è stato volutamente sottaciuto se non addirittura dimenticato, mettendone in risalto il contesto storico-politico in cui si vennero a collocare.

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Gli eventi

L'assedio del titolo, si riferisce infatti all'insurrezione che un gruppo di ferventi ribelli (qualche centinaio, il numero esatto non è mai stato precisato) sotto il comando di Juhayman al-`Utaybi fece scoppiare dall'interno della Grande Moschea della Mecca, ossia dalla Ka`ba, il centro del Mondo Musulmano, il giorno del capodanno del nuovo secolo dell'era islamica, il 1400 appunto (1979 dell'era cristiana), proclamando il ritorno del Mahd_i e la fine dei tempi. Il suo "programma" ispirato dal più rigido sunnismo wahhabita, condannava la corruzione dei prìncipi sauditi e la loro non adeguatezza religiosa a guidare il regno, e puntava a restaurare una purezza islamica ancor più osservante di quella in vigore (1). 1: Sebbene ad occhi esterni l'Arabia Saudita potesse allora apparire una società "retrograda", in realtà proprio in quegli anni erano in atto eccezionali trasformazioni. L'embargo petrolifero contro i paesi sostenitori di Israele dopo la guerra del 1973, e il conseguente clamoroso aumento del prezzo del petrolio, aveva portato nelle casse dei paesi produttori arabi un enorme surplus finanziario che a sua volta portò a una serie di investimenti volti allo sviluppo e alla modernizzazione dei paesi (Cfr. J.Perkins Confessioni di un sicario dell'economia, Minimum Fax Roma 2005, pp.123-138). Le trasformazioni sociali implicite ed esplicite in questa modernizzazione, insieme a una accresciuta ostentazione del lusso riservato alla famiglia regnante, irritavano alquanto i religiosi dell'Arabia Saudita, i quali, chi più e chi meno, non mancavano di stigmatizzare sia alcune riforme, come anche l'introduzione di certi costumi non "islamicamente corretti". Episodi di insubordinazione alla monarchia da parte di gruppi tribali o religiosi non erano nuovi nella storia dell'Arabia Saudita. Il re `Abd al-`Aziz dovette fronteggiare, anche militarmente, diverse rivolte durante la sua opera di riunificazione e consolidamento del regno negli anni '20 e '30. In particolare quelle di alcune tribù che avevano abbracciato il movimento degli i_hw_an: si trattava di gruppi di beduini più o meno forzosamente sedentarizzati attraverso una forte propaganda religiosa che mirava ad estirpare le usanze e le superstizioni tradizionali considerate non islamiche -- con tutto quello che comporta sul piano sociale trasformare dei nomadi in sedentari. Quasi per contrappasso, questi gruppi diventarono i più rigorosi paladini del wahhabismo, arrivando a fare opposizione (convinta o di comodo) alla casa regnante. E non è un caso che l'ambiente dal quale proveniva Juhayman e buona parte dei suoi fosse proprio quello delle seconde generazioni di i_hw_an.
Tuttavia, non si era mai avuto il caso di un'insurrezione, e men che mai a Mecca e all'interno della Ka`ba. L'inedita rivolta causò ai regnati sauditi il notevole imbarazzo di dover profanare con le armi il santuario meccano, provocando un bagno di sangue (le cui grandi proporzioni furono dovute anche all'impreparazione delle forze di sicurezza saudite e dunque all'inadeguatezza della risposta) nel luogo più sacro dell'islam di cui la dinastia regnante si fregiava del titolo di "Custode" (_h_adim). Passarono più di due settimane prima che la rivolta venisse stroncata definitivamente.
In quegli stessi giorni gli Stati Uniti affrontavano il dramma del sequestro dei propri rappresentanti diplomatici in Iran da parte della neonata Repubblica Islamica, da dove partivano strali contro il Grande Satana occidentale; agitazioni simili si ebbero in Pakistan, in Bangladesh e in Libia; mentre nelle provincie nord-orientali della stessa Arabia Saudita anche la consistente minoranza sciita diede vita a una rivolta contro la discriminazione/oppressione da essa subita all'interno del Regno (anche questa in concomitanza con le celebrazioni sciita della `a_s_ura la prima decade del mese di mu.harram).
Dopo diversi tentativi, falliti, di stanare i rivoltosi mediante l'intervento della polizia e dell'esercito, l'inadeguato apparato di sicurezza saudita ottenne la consulenza di alcuni agenti speciali francesi: con un enorme dispiagemento di mezzi e con l'uso di gas tossici, fu possibile eliminare i ribelli che si erano rintanati nei sotterranei della moschea. Il bilancio delle vittime si aggirò, a seconda delle fonti, dai 270 ai 1000 morti e almeno 560 feriti, fra i quali oltre ai ribelli e ai soldati governativi, molti dei civili che si trovavano nella moschea al momento dell'insurrezione. Molti dei ribelli, fra cui lo stesso Juhayman, furono presi vivi, e successivamente processati, alcuni condannati a morte (si veda in proposito questo video).


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Considerazioni

Su questi avvenimenti si possono fare alcune considerazioni:
1) Si ha l'impressione che mentre le cose stavano accadendo nessuno si rendesse conto di cosa stesse realmente accadendo.
La rivolta di Juhayman, come si è detto, si può sostanzialmente considerare un fatto interno alle dinamiche politico-religiose dell'Arabia Saudita. L'alleanza fra la dinastia dei Sa`_ud e i religiosi wahhabiti, che segnò la nascita dello stato saudita fin dal XVIII sec., ha avuto spesso i connotati di una convivenza di comodo: da un lato i prìncipi alla costante ricerca di una legittimazione religiosa del loro potere, dall'altra gli _say_h che ricevono protezione e sostegno alla loro propaganda. Al tempo stesso è un connubio pericoloso e logorante, dato che l'ortodossia dogmatica promossa dal wahhabismo tende a produrre rigide censure anche nei confronti dei propri protettori, o peggio a generare correnti fanatiche che destabilizzano -- anche violentemente -- il paese, anziché consolidarlo. Ed è proprio nel quadro di questa dialettica che si iscrive il movimento da cui venne fuori Juhayman e i suoi seguaci.
Tuttavia la portata globale di quel che accadde a Mecca le prime settimane del 1400h doveva essere chiara se non a tutti, sicuramente ai più coinvolti protagonisti che, sui vari fronti, vi presero parte, a partire dagli stessi ribelli che aspiravano a un coinvolgimento dell'intera umma islamica (ovvero di quella che loro consideravano tale) attraverso il velo millenaristico e salvifico che infusero nel loro messaggio religoso (vedi oltre a nota 2). E' significativo che all'insurrezione presero parte non solo attivisti sauditi, ma anche yemeniti, egiziani, e, pare, anche due afro-americani: un primo esempio di "internazionale" militare islamica.
Eppure, sia nel corso degli eventi che in seguito, le diverse parti in causa guardarono alla cosa ciascuna in maniera diversa, ciascuna secondo la loro personale prospettiva, piegandone l'interpretazione alle proprie visioni, aumentando così il misunderstanding e contribuiendo altresì alla mistificazione di ciò che realmente accadde e sarebbe accaduto.
Il racconto di Trofimov mette ben in evidenza questo aspetto.
Sinteticamente: le autorità saudite impiegarono un certo tempo per capire chi fossero gli insorti (e soprattutto quanti), e anche una volta saputolo, cercarono in ogni modo di mantere il paese e il mondo intero all'oscuro, da un lato per evitare che il messaggio rivoluzionario si propagasse, dall'altro per mascherare l'enorme scandalo e l'imbarazzo che tutto ciò gettava sulla famiglia regnante.
Per gli Stati Uniti il pericolo del momento era la rivoluzione islamica iraniana e il suo possibile estendersi ad altri paesi del Medio Oriente che rientravano fra i suoi fornitori di idrocarburi. Dunque continuarono a pensare che quel che accadeva a Mecca (qualunque cosa fosse) fosse ispirato da Teheran (2). 2: L'abbaglio fu forse corroborato anche dal fatto che Juhayman proclamò il ritorno del Mahd_i nella persona di suo cognato Mu.hammad b. `Abdull_ah al-Qa.h.t_an_i: la figura del Mahd_i (ossia l'ultimo imam "occultatosi" e destinato a tornare alla fine dei tempi) è centrale nella teologia ed escatologia sciita duodecimana, molto più di quanto non sia in quella sunnita. In questo senso, il recupero da parte di Juhayman di questa dottrina aggiungeva una sfumatura apocalittica e millenaristica -- ricordiamo la scelta simbolica della data -- al sunnismo wahhabita generalmente considerato più pragmatico. D'altro canto anche quando il quadro della situazione fu chiaro, l'empasse diplomatica nella quale si trovavano, unita alla prudenza dell'amministrazione Carter, e forse anche a una superficialità di valutazione, inibirono una azione di risposta decisa e rapida, quale forse gli USA avrebbero (dal loro punto di vista) dovuto adottare.
Per l'Iran al contrario un simile sacrilegio contro la sacra Ka`ba non poteva che essere un "complotto" ispirato dal Grande Satana occidentale (ed eventualemente sionista), forse intenzionato a rovesciare la monarchia Saudita.
Quest'ultima versione trovava facile linfa nelle pieghe di tutto quel mondo islamico che si sentiva in qualche modo vittima di politiche espansioniste americane o europee in genere. Paradossalmente, la retorica anti-americana trovò in quella vicenda una motivazione in più nonostante gli USA ne fossero sostanzialmente estranei e ignari.
Per la minoranza sciita delle provincie orientali dell'Arabia Saudita (la regione di Dhaharan, al-Qatif e Safwa), che ricevette di quelli avvenimenti ben poche notizie attendibili, la rivolta di Juhayman (il quale al contrario odiava gli sciiti come i peggiori k_afir) fece invece da catalizzatore molto più di quanto non avevano fatto la rivoluzione iraniana (quella sì sciita) con la sua propaganda. Al grido di "né sunna né scia, islam unito", i giovani dimostranti andarono incontro a una repressione senza compromessi. Né loro avevano compreso quel che accadeva a Mecca, né le forze di sicurezza cercarono di capire perchè essi erano scesi in piazza.
Quello che purtroppo non risulta dal libro di Trofimov è invece cosa passava nella mente dei rivoltosi (3). 3: Di ciò probabilmente non si può certo dare la colpa all'autore. Se è vero che le sue principali fonti si collocano su un solo versante (soprattutto fonti diplomatiche e di intelligence), ha però anche potuto parlare con dei ribelli sopravvissuti, i quali comunque -- e comprensibilmente -- praticarono una qualche forma di autocensura.

4: Cosa che in seguito gli estremisti degli anni '90 e 2000 invece impararono a fare; vedi oltre.
Al di là dei dettagli, restano abbastanza imperscutabili le motivazioni e gli stati d'animo di coloro che combatterono fino alla morte per una tale folle impresa.
Infatti il messaggio dei rivoltosi fallì completamente nel farsi comprendere autenticamente, così come fallì, in quel frangente, nel tentativo di trascendere il .haram meccano per raggiungere e fomentare tutto il mondo islamico.
Forse non fu solo un problema di incapacità comunicativa da parte dei ribelli (4) -- tutto sommato per loro la umma islamica, pur universale, una volta esclusi tutti i cattivi musulmani (ai quali era sovente applicato il takf_ir), diveniva talmente ristretta numericamente da comprendere poche migliaia di seguaci. Ma anche e soprattutto per il desiderio delle autorità saudite di sottacere la cosa, per poter "lavare i panni sporchi in famiglia".


2) Nonostante il fallimento militare, l'insurrezione di Juhayman ebbe invece delle conseguenze importanti sulla linea politica e religiosa tenuta dai sauditi dei decenni successivi.
Trofimov hga raccolto alcuni dettagli sull'elaborazione da parte degli `ulam_a' del regno della fatw_a che avallò l'uso della forza per stanare i ribelli dalla Grande Moschea. Fra gli `ulam_a' ve ne erano alcuni che avevano simpatizzato più o meno apertamente per il movimento di Juhayman o che con esso avevano avuto qualche abboccamento, ma vi era comunque una gran parte che ne condivideva se non i metodi, senz'altro gli obiettivi.
Dopo diversi giorni, il consiglio degli `ulam_a' produsse la fatwa richiesta, essendo giunti a una conclusione: "nel momento del bisogno, la Casa di Saud andava sostenuta, nonostante le sue manchevolezze. [...] (Gli `ulam_a') avrebbero firmato una fatwa in cui si riaffermava la legittimità islamica del regime. Da quel momento in poi, però, i governanti sauditi avrebbero dobuto tener fede ai loro doveri islamici: niente più donne in televisione, niente più film licenziosi, niente più alcol. [...] E bisognava far buon uso dei miliardi di petrodollari, diffondendo l'incorruttibile Islam wahhabita a tutto il pianeta" (p.111). A quanto pare vi furono in seguito ammissioni da parte degli stessi prìncipi sauditi sul fatto che "gli ulema chisero essenzialmente ai Saud di adottare il programma di Juhayman in cambio del loro aiuto a sbarazzarsi di lui" (p.111).
La modernizzazione del paese doveva riguardare il progresso tecnologico, il tenore di vita, i servizi, ma non la corruzione dei costumi, l'introduzione di abitudini non-islamiche, la concessione di diritti religiosi, ecc.. E all'esterno negli anni a venire si assistette effettivamente a una larga diffusione di scuole, biblioteche e istituti religiosi finanziati dall'Arabia Saudita, che, in un modo o nell'altro, diffondevano una particolare dottrina islamica, il wahhabismo (si vedano in proposito in questo sito le shede sul riformismo islamico e radicalismo islamico).
Sul piano religioso dunque, sia interno che esterno, la sconfitta (o il sacrificio) di Juhayman e dei suoi fu, a posteriori, molto proficua.
Ma anche sul piano politico le conseguenze furono significative. Trofimov afferma: "subito dopo la crisi della Mecca, i policy makers americani -- e la Casa di Saud -- si convinsero che quella ideologia (i.e. quella dei ribelli) potesse dimostrarsi molto utile sul fronte di battaglia della Guerra Fredda. Invece di essere spazzato via, il brutale esempio di Juhayman venne incoraggiato e coltivato, e, a partire da quel 1979,finì per metastatizzarsi in tutto il pianeta" (p.18).
E questa non è soltanto una colorita opinione dell'autore.

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La Penisola Araba a cavallo fra due secoli

Bisogna infatti vedere tutti questi avvenimenti nel quadro geopolitico della Penisola Araba a cavallo fra il XIV e il XV secolo dell'egira. Come rilevato dallo stesso Trofimov nei capitoli finali, oltre alla minaccia della rivoluzione islamica (sciita) il cui successo in Persia rischiava di estendersi nella regione (la proclamazione della repubblica islamica è del 1 aprile 1979, ossia il 4 _gum_ad_a al-awwal 1399h), nel mese di safar del 1400h (dicembre 1979) l'URSS decise di appoggiare militarmente il governo rivoluzionario socialista che nell'aprile 1978 (_gum_ad_a al-awwal 1398h) in Afghanistan aveva preso il potere -- deponendo il governo che a sua volta aveva detronizzato il re Zahir Shah nel 1974 -- dando così inizio a una campagna bellica che ebbe cruciali ripercussioni sulla storia del Medio Oriente e dell'URSS stessa.
La risposta a questa doppia minaccia da parte non solo del regno Saudita, ma di buona parte degli emirati della Penisola, e dell'Occidente tutto, si profilò negli anni '80 su due fronti: da un lato si avallò l'avventura bellica dell'Iraq (dittatoriale, ma laico) che impegnò l'Iran in una guerra decennale (la Prima Guerra del Golfo, secondo la storiografia araba); dall'altro si convogliarono le energie "gihadiste" che fermentavano all'interno della Penisola, come anche in altri paesi arabi e musulmani 8: Un nemico comunista in realtà gli arabi ce l'avevano molto più vicino: senza guardare al lontano Afghanistan, nel 1967 era nata la Repubblica Popolare Democratica di Yemen, guidata da un Partito Socialista che si appoggiava apertamente all'URSS e alla Cina Popolare. Fra il 1969 e il 1975, inoltre, una formazione di stampo socialista, fomentata dallo Yemen del Sud, aveva dato vita a una aspra ribellione nella regione del Dhofar omanita, giungendo a minacciare la stabilità del sultanato di Masqat e dunque -- per lo meno in via teorica -- la sicurezza dello stretto di Hormuz, strategicamnete importantissima. La risposta in questo caso fu politicamente più felice. -- quegli stessi fermenti da cui era nata la rivolta di Juhayman -- verso il nemico ateo-comunista (8). Entrambe queste risposte si rivelarono vincenti solo nel brevissimo periodo. Nell'arco di un decennio, infatti, le ripercussioni di quella politica portarono a fatti molto più gravi, che oggi sono molto più evidenti.
Infatti, non solo l'Iraq ba`athista, dissanguato da dieci anni di infruttuosa ed inutile guerra contro l'Iran, nel 1990 rivolse contro i vecchi sostenitori le proprie mire -- costringendo così i sauditi a richiedere l'intervento internazionale che tanto irritò i fondamentalisti.
Ma anche le forze estremiste ne uscirono più rafforzate di prima. Vincenti nello scontro contro l'armata sovietica, si erano ormai organizzate ed addestrate alla guerriglia e alla guerra più di quanto non lo fossero i seguaci di Juhayman, con basi solide e inespugnabili fra il Pakistan e l'Afghanistan, equipaggiate di moderne tecnologie, non solo belliche, ma comunicative, finanziarie e gestionali, dotate di un sistema di istruzione e di diffusione ideologica radicato e funzionale, e infine internazionalizzate, quasi globalizzate. Lungi dall'aver avuto successo nella stabilizzazione dell'Afghanistan (il ritiro dei sovietici nel 1898 non fermò la guerra civile che si protrasse fino al 1996, o piuttosto dura tutt'ora), quelle che erano state delle sincere schiere di combattenti musulmani, negli anni '90 si erano ormai trasformate in guerriglieri pronti ad andare ovunque l'islam si sentisse minacciato: in Bosnia, in Sudan, in Somalia, in Kashmir, in Cecenia, in Kosovo e in tutto il mondo. Ma soprattutto in Arabia Saudita, mostrando come nella stessa società wahhabita si sviluppino due anime: una leale alla monarchia, in quanto ne riceve i favori, l'altra ostile in nome di un purismo religioso intransigente.


04 - apr - 2009

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Arabia Saudita

Fondamentalismo

Daniele Mascitelli