Il commercio degli schiavi

Uno dei mezzi attraverso cui avvenne, in maniera massiccia, lo scambio socio-culturale tra il mondo islamico e quello non-islamico fu il commercio degli schiavi, un fenomeno in qualche modo paragonabile, nella sua importanza demografica, ai recenti flussi migratori. La schiavitù, non abolita dal cristianesimo nè dall'islam (sebbene la sua morale consigli espressamente l'affrancamento degli schiavi), continuò fin dall'antichità per tutto il Medioevo ed oltre a trainare le economie di scambio lungo le direttrici del commercio che collegano i diversi angoli del Mediterraneo. A seconda della fortuna politica dei vari imperi che comparivano lungo queste direttrici, i diversi Stati divenivano ora importatori ora esportatori.
Per quanto riguarda il mondo islamico, gli schiavi erano principalmente dei prigionieri di guerra, ossia parte del bottino. E' fondamentalmente nel periodo delle conquiste che molti prigionieri si trovarono così a diventare schiavi. Ma anche dopo che la fine della prima ondata di conquiste, gli schiavi potevano essere frutto di razzie. Sono infatti i popoli direttamente confinanti col d_ar al-isl_am ad aver costituito, nelle diverse epoche, i principali serbatoi di rifornimento degli schiavi: nel periodo delle conquiste berberi, andalusi, franchi e italiani ad Ovest, greci, persiani, curdi e, soprattutto, turchi ad Est; in seguito, essendo necessario rifornirsi fra popolazioni non musulmane, faranno la loro comparsa gli schiavi mori provenienti dall'Africa nera (sia dall'area della Guinea che dall'Africa Orientale), mentre ad Oriente e a Settentrione la lenta espansione militare e politica in India e in Asia Centrale offre nuove regioni di rifornimento. Dall'Europa Orientale provenivano poi schiavi slavi (la parola araba .saqaliba = "slavi" è la traslitterazione del neo-latino sclavi = "schiavi/slavi").
Greci e Persiani, catturati con le prime conquiste e ben presto affrancati, data la loro elevata cultura, trovarono impiego nell'amministrazione nelle segreterie, nel loro status di clientes (maw_al_i). Curdi, berberi e turchi venivano impiegati sopratutto come soldati, negli eserciti e nelle guardie speciali; cosa che permise loro in seguito, con la disgregazione del'impero abbaside, di prendere facilemente il potere, così come accadde ad esempio in Egitto e in India coi mamelucchi (in arabo maml_uk = "schiavo"). Fra gli slavi vengono scelti soprattutto gli eunuchi. I neri venivano invece impiegati soprattutto in lavori domestici, o, esclusivamente nell'area del Basso Iraq, nell'agricoltura: si ricorda un'importante rivolta di contadini zan_g_i (= "neri", dell'Africa Orientale) nel basso Iraq nella seconda metà del IX secolo. Per quanto riguarda gli europei, il più delle volte venivano restituiti in cambio di congrui riscatti, oppure impiegati in mansioni di vario tipo. Le donne in generale erano destinate a fare da balie o da concubine.
Il commercio degli schiavi segna alcuni episodi della storia dei contatti arabo-italiani. Prima di tutto, pare fosse la principale entrata dell'Emirato di Bari (847-871); dello stesso periodo sono poi degli editti pontifici che vietano ai cristiani di vendere ai saraceni merci strategiche quali armi o schiavi, cosa che attesta l'esistenza di un simile commercio; si sa inoltre che la comunità musulmana di Lucera, insediata nel 1225 da Federico II con la deportazione di circa 10.000 ribelli musulmani di Sicilia, fu dissolta dagli Angioini nel 1300 attraverso la vendita dei suoi abitanti nei mercati del meridione d'Italia. Dalla vicenda del riscatto di un gruppo di genovesi, presi in ostaggio forse dal famoso corsaro turco Dragut, nacque, nel 1542, la colonia di Tabarqa (su un isolotto di fronte all'omonima città tunisina) dedita alla lucrosa pesca del corallo; colonia che nel 1738 si trasferì sull'isola sarda di S.Pietro fondando, sotto il patrocinio del re Sabaudo, la città di Carloforte e in seguito la cittadina di Calasetta sull'isola di S.Antioco.
Con la rinascita dell'Occidente, nei primi secoli del nuovo millennio, si assiste ad una parziale inversione di tendenza: dopo le crociate e l'espansione delle Repubbliche Marinare italiane, Genovesi e Veneziani conquistano il monopolio del commercio degli schiavi. Furono infatti i Genovesi a portare, dal loro scalo di Kaffa in Crimea, insieme agli schiavi la terribile epidemia di peste nera nel 1348, che, provocando una caduta demografica in Occidente (circa un quarto della popolazione morì per la peste), incrementò il fabbisogno di manodopera servile, dando un notevole impulso all'importazione di schiavi. Vi sono diversi documenti del XV secolo negli archivi fiorentini riguardo al commercio degli schiavi: leggi che ne consentono l'importazione (purché non cristiani), contratti, ecc.
Ancora per diversi secoli tatari, circassi e turchi dall'Asia Centrale, attraverso l'Italia, neri dall'Africa attraverso la Spagna, giungevano in Europa, e in seguito a rifornire le piantagioni del Nuovo Mondo. Almeno fino al XVIII secolo, erano proprio mercanti musulmani a dominare i commercio degli schiavi dell'Africa Occidentale e a vendere a spagnoli, inglesi, francesi e portoghesi quelli che oggi sono diventati afro-americani.
L'abolizione della schiavitù in età contemporanea ha trasformato l'antico mercato degli schiavi in "mercato del lavoro", dando vita ad ondate migratorie in direzione dei paesi occidentali di persone in cerca di benessere e occupazione. Dato che queste migrazioni sono mal regolamentate, vengono sovente da contrabbandieri che, dietro alti compensi, fanno passare clandestinamente le frontiere a quelli che, paradossalmente, sono diventati degli "schiavi volontari". Ma questa è un'altra storia.

2005/apr/14

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