"Questo è il Libro scevro di dubbi dato come guida per i timorati di Dio - i quali credono nell'Invisibile, eseguono la Preghiera ed elargiscono di ciò che loro abbiamo donato - e che credono in ciò che è stato rivelato a te e in ciò che è stato rivelato prima di te e son certi del mondo dell'Aldilà" (Cor. II 2-4)
"A.L.R. Ecco i Segni del Libro Chiarissimo: - ecco, l'abbiamo rivelato in dizione araba a che abbiate a comprenderlo" (Cor. XII 1-2)
Il Corano (ar. qur'_an) ha un valore fondativo nell'islam sotto molti aspetti.
Il primo è, ovviamente, l'aspetto religioso: il Corano, infatti, secondo l'islam,
rappresenta l'"ultima e definitiva" rivelazione di Dio agli uomini. Esso riporta
fedelmente le parole di Dio, trasmesse così come sono e non interpretate
o mediate dall'intervento umano. Il Profeta Mu.ham+ad, infatti, non è che
una sorta di tramite vocale fra Dio e gli uomini, un "trasmettitore" che ha
ricevuto il messaggio divino tutto in una volta e lo ha ripetuto così com'era,
in rivelazioni successive.
La redazione attuale del Corano, risalente all'epoca del Califfo Othman, si
compone di 114 capitoli (sure, corrispondenti grosso modo a singole
rivelazioni), suddivisi a loro volta in versetti di varia lunghezza e poeticamente
ritmati e rimati. Il Corano esprime in una lingua "perfetta" e inimitabile
un insieme eterogeneo e non sistematico di preghiere, invocazioni, precetti,
storie di profeti, esortazioni, consigli e divieti. Essendo parola di Dio,
tutto ciò che è riportato nel Corano ha un valore normativo, religioso e legale:
dotti e giuristi musulmani hanno speso la loro vita a studiarlo, commentarlo
ed interpretarlo (termine quest'ultimo non del tutto corretto dal punto di
vista islamico), ricavandone regole di vita per le diverse società nei diversi
periodi storici, sistemi teologici e filosofici, ma anche una storiografia adattata ad esso. Praticamente ogni espressione culturale prodotta nei secoli da menti di estrazione musulmana trova in esso agganci e ispirazioni.
Il Corano, inoltre, insieme al monumentale corpus della poesia preislamica,
è il fondamento della lingua araba classica così come la conosciamo oggi:
il suo prestigio linguistico (dato che Dio si esprime in lingua perfetta e
chiara) ha fatto sì che l'arabo classico si sia conformato alla sua struttura
grammaticale e lessicale. Quest'ultima rappresenta la cristallizzazione di
un momento linguistico (quello della lingua aulica-poetica della Penisola
Arabica nel VIº e VIIº sec.) al quale l'arabo contemporaneo continua a far
riferimento.
Ma il Corano è fondativo anche di una scrittura, quella araba,
derivata da varianti aramaiche e nabatee preesistenti, ma che fu "re-inventata"
per fissare ciò che, per una trentina di anni dalla morte del Profeta, era
stato trasmesso oralmente. In un primo momento, d'altronde, la scrittura araba,
ancora imprecisa per quanto riguarda la distinzione delle consonanti e del
tutto priva di vocali, serviva solo ad accompagnare la recitazione (qur'ân,
Corano, ha anche il significato di "salmodia"), tanto che molti hanno visto
nel suo particolare andamento grafico, ascendente, discendente ed elastico,
una sorta di "partitura" sulla quale i "recitatori" (qurrâ'), che già
lo conoscevano a memoria, esercitavano la loro particolare tecnica salmodica.
Solo in un secondo tempo la scrittura araba, proprio per evitare la possibilità
di letture discordanti del Corano, venne dotata di puntini diacritici e di
segni per indicare le vocali.
Infine il Corano è fondante anche per quanto riguarda l'estetica dell'arte
islamica. A partire dal primo monumento ufficiale dell'arte islamica -- ossia
la Cupola della Roccia di Gerusalemme -- l'iscrizione di versetti coranici
diviene il tema iconografico centrale, andando ad occupare il posto che nell'arte
cristiana hanno le rappresentazioni della vita di Gesù. La scrittura,
manifestazione concreta della parola di Dio diventa così l'unica
rappresentazione artisticamente possibile del divino.
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