`Abdelfattah Kilito si occupa di letterature comparate, e dall'alto della sua profonda conoscenza della letteratura araba e delle letterature romanze ha sempre fatto acute osservazioni sul confronto e l'interdipendenza fra il modo europeo e quello arabo di fare letteratura e critica letteraria.
A differenza di altre sue pubblicazioni, il libro "Non parlerai la mia lingua" (Lan tatakallim lu.g_at-_i, Beirut 2000) è destinato a un pubblico arabo e per questo risulta per certi versi più interessante.
Egli affronta la questione di come e se la letteratura araba (e per esteso la cultura tutta) possa essere "comparata". Gran parte della problematica affrontata verte intorno alla questione del relativismo culturale, ossia di quanto sia possibile cogliere analogie e paralleli fra le diverse culture, e di quanto questi stessi paralleli siano condizionati dal punto di vista di chi li fa: la critica letteraria europea (e orientalista) misura la validità della letteratura araba inbase alle pietre miliari della sua letteratura e quindi sulla sua somiglianza e comparazione con queste ultime. La cosa ha spesso influenze negative sulla stessa critica letteraria araba.(1)
Al punto che lo stesso Kilito ammette di avere in mente due sistemi cronologici differenti quando pensa alla letteratura araba (pp.12-13): utilizza l'era musulmana per la letteratura araba classica che va dall'epoca preislamica (la _g_ahiliyya) al V secolo dell'egira (ossia i secoli VI-XIII dell'era cristiana), mentre la letteratura araba contemporanea la misura dal XIX al XX secolo dell'era cristiana (e con un salto di ben sei secoli di black-out!).
A quest'ultmo periodo sono dedicati un paio di capitoli. In particolare cita i casi di quegli intellettuali arabi (al-.Tah.taw_i, al-.Saff_ar, al-_Sady_aq) che nel XIX sec. viaggiarono per diversi motivi in Europa trascrivendo poi le loro impressioni in resoconti di viaggio. Lo stile è quello dei grandi viaggiatori arabi del Medioevo (Ibn Ba.t.t_u.ta su tutti, ma il genere letterario si è mantenuto fino ad oggi, si può dire, senza soluzione di continuità), ma a Kilito interessa più lo sforzo interpretativo (si potrebbe dire di "traduzione", vedi oltre) che questi arabi fecero nel raccontare ai loro connazionali cose che erano assolutamente innovative e straordinarie, o anche strane e incomprensibili ai loro occhi e per le quali la loro lingua risultava insufficiente.
Torneremo dopo sulla questione della traduzione, ma in questo momento preme sottolineare come proprio attraveso questi viaggi emerge una volontà di riscossa che gli arabi -- e il mondo colonizzato dagli europei in senso più largo -- cominciarono a nutrire e a coltivare in attesa di una nuova rinascita (nah.da, così di fatto è definito il periodo che portò all'indipendenza, sebbene si tratti di fatto di una rinascita mancata, o solo parzialmente compiuta) ovvero di un ritorno allo splendore dell'epoca classica, quando la cultura arabo-islamica era all'avanguardia non solo nell'area euro-mediterranea, ma di gran parte del mondo.
Questo sentimento è lo stesso analizzato da I. Buruma e A. Margalith in "Occidentalismo" [si veda in proposito su questo sito la discussione su orientalismo e occidentalismo], e che si è nutrito proprio dei resoconti di viaggio degli orientali in Europa: ammirazione (per la tecnologia) e disprezzo (per la corruzione morale) sono gli ingredienti che accomunano simili movimenti in tutto il mondo "orientale"(2).
Movimenti in un certo senso succubi del colonialismo al punto da volerne ripercorrere le orme in una sorta di emulazione al massacro.
Ma questo sarebbe già andare oltre quello che Kilito intende dirci.
Uno dei suoi s-punti cruciali, invece, e che riassume un po' anche gli altri, è quello della traduzione: come spiegare, ad esempio, ad un auditorio francese cosa sono le maq_am_at se non attraverso una "traduzione culturale" che tenga conto di qualcosa di analogo presente nella cultura francese o per lo meno europea? E come è possibile farlo in maniera critica, se questi paralleli sono di fatto cronologicamente posteriori agli esempi arabi?(3)
Il fatto è che gli arabi dell'epoca classica non si posero mai il problema della traduzione della propria letteratura in un'altra lingua, forse perché consideravano l'arabo la lingua perfetta (era la lingua del Corano e dunque divina), ma forse anche semplicemente perché non passava proprio per la loro testa che qualcuno non arabo potesse avere mai l'esigenza (o il desiderio) di apprendere la letteratura araba in traduzione.
Il problema si pone anche per le traduzioni in arabo (dal greco o dal siriaco) che invece furono numerose e molto importanti [si veda in proposito su questo sito la scheda sulle traduzioni].
Kilito non può infatti non concludere citando la famosa questione della traduzione araba della Poetica di Aristotele, nella quale il traduttore non sapendo cosa fossero la tragedia e la commedia (essendo il teatro totalmente estraneo alla cultura araba del VIII scolo) li rese con i termini a lui più familiari di "carme di encomio" (mad_i.h)e "carme satirico" (hi_g_a')(4).
Kilito a questo punto riporta le parole di rammarico di `Abd al-Ra.hm_an Badaw_i che fu curatore dell'edizione critica della versione araba della Poetica di Aristotele (e di molti altri testi greci tradotti in arabo): Badaw_i rimprovera al traduttore di aver mancato l'occasione per introdurre il teatro nella cultura araba, cosa che avrebbe forse potuto "cambiare il volto della cultura araba tutta...". Quasi che il corso della storia stessa sarebbe potuto essere stato diverso se si fossero tradotte quelle due parole in maniera più accurata, si stupisce Kilito.
Qui bisogna ricordare che Badaw_i fa parte di quella schiera di intellettuali, letterati e filologi, di cui Taha Husein si può considerare il capofila, che introdussero, non senza resistenze, i metodi della critica letteraria e filologica europea applicandoli alla letteratura araba. Alla stregua di quanto fecero gli orientalisti europei fra il XIX e il XX sec., essi portarono a compimento una monumentale opera di critica, analisi, collazione ed edizione dei testi arabi classici. Ciò che li muoveva era però, come sembra suggerici Kilito, quello stesso sentimento di riscossa, di voler rinnovare dall'interno, attraverso la "tecnica" europea, la cultura araba per riportarne in vita i fasti del passato e al tempo stesso per riportarla di nuovo in auge.
La loro funzione è storicamente importantissima, ma essa di fonda da un lato su criteri "orientalistici" ed è alimentata al tempo stesso da un velo ideologico "occidentalista".
Su questo piano invece Kilito si pone ancora al di là. Nemmeno il relativismo culturale può soddisfarlo: laddove appare ardua o impraticabile la comparazione e la "traduzione culturale", per quanto encomiabile, sembra dirci che è la conoscenza di per sè, la conocenza dell'oggetto in sé, che risulta essere il miglior metodo critico.
In questo senso si ripete la citazione di J.L.Borges, il quale – alla fine del racconto “La ricerca di Averroè”, ne L’Aleph - ammette che la sua impossibilità di raccontare Averroè è pari all’impossibilità di Averroè di interpretare la Poetica di Aristotele perché entrambi hanno una esperienza dell’oggetto della loro ricerca limitata a una conoscenza teorica: Averroè non conosceva la letteratura greca (la poesia, il teatro, ecc.) se non per quello che diceva Aristotele, mentre Borges sapeva di Averroè (e del suo mondo) solo quello che aveva letto sui libri di alcuni orientalisti.
Di A.F.Kilito sono apparse in italia le segenti opere:
- L'autore e i sui doppi. Saggio sulla letteratura arabo-classica, 1988 Einaudi, Torino
- L'occhio e l'ago. Saggio sulle "Mille e una notte", 1994 il Nuovo Melangolo, Genova
Si segnala anche:
- La langue d'Adam, 1996 Toukbal, Casablanca (in francese e arabo).
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