Perché studi l'Oriente?
Una testimonianza di Giorgio Levi della Vida

"A chiunque faccia professione di studi orientalistici è capitato e capita assai spesso di sentirsi rivolgere una domanda, intonato per lo più all'ironico compatimento col quale fu pronunciata la classica interrogazione del cardinale Ippolito d'Este all'Ariosto: 'Ma come diavolo vi è saltato in mente di dedicarvi a un ordine di studi così esotico e bizzarro?'. L'orientalista -- bisogna riconoscerlo onestamente -- agli occhi del pubblico, e anche del pubblico colto, è poco meno che un mattoide. Lo si ammira, talvolta, come un pozzo di erudizione e come un mostro di poliglottia, ma in genere si nutre una molto scarsa fiducia nella saldezza delle sue facoltà intellettuali e una anche più scarsa convinzione della utilità delle sue elucubrazioni.
Dire che l'atteggiamento del 'volgo profano' verso i cultori di cose orientali rassomiglia a quello della folla domenicale dinnanzi al prestigiatore di baracca, che lascia stupito ma non persuaso il proprio pubblico, può sembrare un'esagerazione irrispettosa, ma è invece, per poco che vi si rifletta, un'immagine fedele della realtà.
La colpa, al solito, è distribuita tra ambe le parti: è del pubblico che nella sua ricerca di cultura si indugia per le vie trite e rifugge da quelle poco battute, preferendo assorbire così la detta culture in formule gà preparate piuttosto che conquistarsela con libertà di elezione e criterio individuale; e anche (e secondo me in proporzione assai maggiore) degli stessi orientalisti, una parte dei quali rappresenta veramente il tipo del purus grammaticus (che ognuno sa con quale animale si identifichi) e nulla vede né intende al di là del ristretto e arido campo della ricerca erudita; mentre u'latra porzione, più esigua e più eletta, pure avendo la visione chiara che l'orientalismo non è un orto chiuso, ma anzi costituisce un orgnao fra i più significativi e importanti nel complesso delle scienze dello spirito, è restìa a riassumere in sintesi accessibili ai non specialisti i risultati delle sue indagini dotte; sdegna di porre il proprio campo di lavoro in rapporto con qello dei cultori di altri studi; preferisce l'isolamento -- splendido, se si vuole, ma alla lunga infecondo -- a una divulgazione che, quando sia compiuto dai competenti e non dai soliti dilettti, non solo non abbassa la dignità del severo studio scientifico, ma serve anzi ad assegnare a questo il posto che gli spetta nell'insieme dello sforzo che le menti più alte dell'umanità compiono per abbracciare la realtà variopinta nella sua totalità.
E' indispensabile secodo me che gli studi orientalistici assumano anche agli occhi della generalità la loro funzione effettiva, che è quella di integrare la visione totale dello sviluppo spirituale della nistra civiltà.
E' indispensabile, secondo me, che gli studi orientalistici assumano anche agli occhi della generalità la loro funzione effettiva, che è quella di integrare la visione totale dello sviluppo spirituale della nostra civilità."(1)

1:G. Levi della Vida, "L'Oriente e noi" in IDEM Storia e Religione nell'Oriente Semitico, Roma 1924, ripubblicato in IDEM Arabi ed ebrei nella storia, Napoli 1984, pp. 51-52.

La domanda 'perché studi l'Oriente' viene posta a chi lo fa da chi non lo fa con una certa ricorrenza; e le parole di Levi della Vida illustrano brillantemente la sensazione che ogni orientalista prova davanti a tale domanda.
La risposta del grande orientalista italiano è sicuramente dotata di una validità disarmante nei confronti degli scettici che pongono tale domanda -- anche se tutt'oggi ancora non pienamente assimilata non solo dai 'profani' ma per certi versi anche dagli 'accademici'. Qualunque scienza di tipo umanistico che abbia come oggetto la storia e l'evoluzione della società e della cultura umana sarebbe per lo meno zoppa, se non anche orba, quando non prendesse in considerazione gli esiti degli studi orientalistici; così come questi non possono prescindere da una visione globale degli eventi e degli avvenimenti.
Eppure agli orientalisti la risposta di Levi della Vida lascia ancora qualche punto di insoddisfazione. Personalemente, ammetto di essere arrivato a simili conclusioni, prima ancora di rileggere questa memorabile pagina che, ricodiamo, risale a più di ottanta anni fa. Ma è una risposta che mi sono dato a posteriori; una risposta che zittisce mirabilmente i vari 'cardinal Ippolito', ma forse non il proprio animo.
Chi sceglie di studiare l'Oriente, a meno che non sia per caso (ma anche in questo caso vi può essere un filo di ragione inconsapevole), muove il primo passo in quella direzione per motivi assolutamente arbitrari: passione, insoddisfazione rispetto alla cultura classica, curiosità... Ed è questo che, a mio parere, può rendere l'esperienza degli studi orientali ancor più feconda: senza una forte motivazione personale in cui si bilancino aspirazione, curiosità e spirito critico, la ricerca (e non solo quella orientalistica) rischia di rimanere astratta erudizione.
Qualcuno potrà dire che di norma la motivazione personale non può considerarsi un criterio scientifico di valutazione. Anzi a volte appare esattamente il contrario. Ma dietro l'orientalista c'è l'uomo, di cui l'integrità, l'autorvolezza e la qualità si manifestano a prescindere dal genere di studi prescelto -- e ancora una volta la testimonianza di Levi della Vida risulta ammirabile: ciascuno di noi è figlio del suo tempo, e non potrà evitare di esserlo, ma, proprio per questo, la sfida è quella di dare ulteriore e costante solidità alle proprie ricerche.

Daniele Mascitelli
2006/gen/08

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