Simboli sessuali nel Corano: dalla biologia alla letteratura erotica

Premessa

E' difficile dire se nel Corano esistono simboli sessuali intesi come tali. Il Corano, ovviamente, non è un libro erotico e quando vi si parla di sesso è evidente l'intento di usare un linguaggio chiaro e diretto. Ma al di fuori delle parti più prosastiche, nel testo coranico vi sono tante espressioni oscure, originali e fantasiose che è sempre stato difficile o artificioso esplicare. Fra queste "enigmatiche" espressioni, che hanno dato origine a svariate interpretazioni simboliche nel corso dei secoli, ve ne sono alcune che sono state usate, ad esempio in letteratura, dando loro consapevolmente una chiave sessuale. Non si tratta di operazioni arbitrarie di letterati spregiudicati o dissacratori, anzi, fra essi spiccano mistici e dottori della legge. Il fatto è che già nel Corano queste espressionisono potenziali "simboli sessuali" sia per il loro costante riferirsi alla fertilità, alla (pro)creazione e agli elementi che concorrono alla riproduzione, sia per le potezialità evocative della lingua araba. Nel Corano, inoltre, sono rielaborati motivi delle culture che lo hanno preceduto, motivi che hanno avuto o potrebbero avere anch'essi un'ispirazione sessuale. Vi è quindi una rete di connessioni e associazioni linguistiche, letterarie, formali ecc. che legano certo materiale simbolico alla sfera del sessuale.

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PARTE I: il verbo mara_ga

Il verbo mara_ga viene usato due volte nel Corano (XXV 53, LV 19) col significato di "lasciare liberi", "lasciare scorrere". Ecco i due versetti secondo la traduzione tradizionale: "E' Lui che ha lasciato scorrere liberi i Due Mari, questo dolce, fresco e quello salmastro amaro, e ha posto fra di loro una barriera, un insormontabile limite"; "Lasciò liberi i Due Mari a che si incontrassero - e vi è una barriera frammezzo che non posssono passare". Questa traduzione segue l'interpretazioone letteralista correntemente fornita dagli esegeti musulmani ortodossi, i quali vedono del mare dolce le acque piovane e i fiumi e in quello salato il mare vero e proprio [cfr. Tabari e Zamakhshari]. Vi è un implicito riferimento alla foce dell'Eufrate (la parola fur_at="dolce" è il nome arabo dell'Eufrate), dove nonstante si incontrino acqua dolce ed acqua salata nessuna delle due prevale sull'altra. Quindi Iddio "lascia scorrere" i Due Mari a che si incontrino, ma vi pone frammezzo una invisibile barriera affinché non si mescolino. Ma il primo significato di mara_ga e del sostantivo mar_g da cui presumibilmente deriva è tutt'altro. Il mar_g è il "pascolo", la "prateria", la "terra con foraggio sulla quale pascola il bestiame" e mara_ga vuol dire appunto "pascolare, "mandare al pascolo".(1)

1: L'attestazione di questa radice in altre lingue non solo semitiche con significato analogo (aramaico: marga="vegetazione", "verde"; greco: margarites="margherita"), conferma l'antichità e la primarietà della connessione fra la radice MR_G e la vetgetazione.

Dobbiamo quindi pensare che i Due Mari siano qualcosa di più o di diverso. Nell'Apocalisse di Adamo, testo copto tradotto verosimilmente da un originale ebraico, abbiamo l'espresisone: "Egli (=il Messia) sorse da una goccia di cielo e fu lanciata nel mare; l'abisso l'accolse e generò lui" [cfr. Moraldi 1987, p.14]. Dunque la pioggia e il mare concorrono a generare, svolgendo l'una la funzione fecondante prettamente maschile dello sperma e l'altro, in quanto abisso, quella prettamente femminile dell'utero. Ruolo pressoché identico hanno la pioggia e il mare anche nella tradizione iranico-mazdaica, dove è il calore solare della luce (lo xarenah, principale attributo divino) sottoforma di pioggia il soggetto della fecondazione primordiale [cfr. Gnoli 1962].
Vi è dunque la possibilità che anche nel Corano l'incontro, voluto da Dio, delle acque dolci con quelle salate sia un simbolo dell'accoppiamento e della riproduzione.
Non si deve dimenticare che il Dio del Corano è anche l'Allah preislamico, fra i cui attributi si annoverano la potenza fecondante e la fertilità. L'Allah preislamico era, fra l'altro, un dio della tempesta [cfr. J.Henninger 1959] e legava le sue qualità di creatore alla capacità di rendere fertile o meno l aterra. Questa caratteristica di dio della pioggia è per altro costantenelle religioni di quei popoli che basano i loro ritmi biologici sulla ciclicità della pioggia; e se questo è valido per gli agricoltori sedentari delle regioni povere di corsi d'acuqa stabili, vale soprattutto per i mnomadi e semi-nomadi che regolano i loro spostamenti in base alle stagioni e alla presenza di oasi e pascoli [cfr. R.Smith 1889, pp.908-118]. E' quindi al dio della pioggia, il fertilizzatore, che si deve la vita e a cui si conferiscono attributi di fecondità e "potenza sessuale".
In quest'ottica bisogna probabilmente intendere gli aggettivi q_adir;dir e qad_ir, entrambi significano "potente", frequentemente attribuiti ad Allah nel Corano, diventati due dei suoi 99 nomi. Effettivamente la maggior parte dei passi in cui compare il primo (q_adir) tratta di fertilità (far scendere o meno l'acqua dal cielo), sesso (creazione dell'uomo dallo sperma, creazione dell'uomo maschio e femmina), rivivificazione dei morti. Il secondo (qad_ir) ha un'accezione più generale di onnipotenza, ma non di rado è anch'esso riferito alla rivivificazione dei morti e addirittura alla capacità di rendere fertile o sterile chi vuole. Sembra insomma verosimile attribuire al Dio coranico una "potenza" in senso sessuale.
Essa si manifesta dunque nella forza fecondante dello sperma, nella riproduzione umana e animale, o della pioggia, nella riproduzione vegetale. Attraverso quest'intimo legame tra pioggia e vegetazione (mediato dalla potenza divina) possiamo dare unaprima spiegazione all'uso apparentaemente arbitrario del verbo maraja nei versetti in questione. Ma vi sono altre connessioni che fanno dei Due Mari una "coppia" sessuata e di mara_ga un verbo di accoppiamento. Fra i numerosi versetti che descrivono, spesso con precisione quasi scientifica, la genesi dell'uomo, vi è LXXVI 2, la cui traduzione letterale suona così: "In verità noi creammo l'uomo da una goccia di miscugli di liquidi... ". La parola per "miscugli" è am_s_a_g, singolare ma_s_g. Il significato primo di questa radice M_S_G è quello della mescolanza ed è un'idea legasta a questa radice da tempi tanto antichi che la ritroviamo con varianti minime in pressoché tutte le lingue indoeuropee (greco: meignumi e misk_o;; manscrito: misk; lo stesso italiano "mischiare e "mescolare") oltre che naturalmente in altre lingue semitiche, dove si verifica l'oscillazione fonologica (ma, almeno in origine, non fonematica) Z/S/_S. Di fatto in arabo abbiamo due verbi maza_ga e ma_sa_ga dall'identico significato, ossia "mescolare". Vi è però una specializzazione, del tutto secondaria, per cui la prima variante, importata in questo senso dall'aramaico, indica il mescolare specifico del vino con l'acqua o il miele secondo l'uso degli antichi. Con questa accezione si trova tre volte nel Corano il sostantivo miz_a_g, riferito al contenuto della coppa da cui bevono i beati del paradiso, che è appunto una miscela di vino e acqua di fonti aromatiche. (2)

2: La questione se questa bevanda sia "acqua di fonte" (in Cor. XXXVII 45 si dice min ma`_in = di sorgente) o di vino è dibattuta, ma gli stessi commentatori musulmani concordano sul vino: "Ogni coppa nel Corano è di vino" sostiene Zamakhshari, Egli spiega che se nel paradiso ci sono quattro fonti di cui una di vino (acqua, latte e miele le altre) il riferimento non può essere che a quella del vino. In LXXVI 5 la bevanda contiene un miscuglio di kaf_ur (canfora) considerato o il nome della fonte o l'aroma che si aggiunge al vino; ciò vale anche per lo zinjab_il (zenzero) di LXXVI 17.

La seconda sembra, forse proprio a partire dall'espressione coranica, acquistare il significato specifico di mischiare i liquidi seminali per dare origine allo zigote e all'embrione (ma_si_g), o anche liquidi seminali e sangue (l'embrione è anche detto `alaq = grumo di sangue), instaurando anche un rapporto tra i colori bianco e rosso di notevoli potenzialità simboliche.(3)
A questa strettissima relazione linguistica tra le due espressioni si aggiune quella cromatica tra i due elementi del miscuglio (sangue e vino, sperma e acqua), quella funzionale (coppa e utero come contenitori di miscugli vitali) e non ultima quella organolettica: dotti musulmani ci descrivono le caratteristiche dei liquidi seminali specificandone la consistenza, il colore, il sapore.

3: "Il ma_s_g [...] è ciò che è mischiato col rosso e col bianco" definisce Ibn Manzur nel Lis_an al-`arab. E' opportuno ricordare che, secondo la medicina araba, gli elementi che concorrono alla formazione del feto sono: lo sperma maschile (bianco e denso), lo sperma femminile (non denso) e il sangue mestruale.

Così Suyuti : "c'è un seme che è esante, bianco e di sapore dolce. Il suo odore somiglia a quello della canfora, ed è quello che ha le migliori possibilità di stabilire un intesa con la donna e d è il più favorevole alla procreazione. Un altro seme è affetto da una cresta rossa. Il suo odore è quello del grigioverde con qualcosa che rammenta la carne grassa [...] Un'altro ancora dà un odore che è quello dell'aloe o della mirra" (Suyuti 1972, p.116).
Similmente il vino viene "tagliato" con acqua o con miele sia perché troppo forte, sia per essere addolcito.
Se quest'ultima considerazione ci assicura sulla plausibilità del parallelo fra i due miscugli e sull'uso simbolico della coppia acqua-vino, dall'altro ci riconduce a quelli che erano gli attributi distintivbi dei Due Mari: uno dolce (che per altro abbiamo già avuto modo di avvicinare allo sperma) l'altro salmastro e amaro.
Mancherebbe un solo particolare perché la similitudine fra queste acque e quelle seminali sia perfetta: la mescolanza. I commentatori si sono trovati alcquanto in imbarazzo di fronte alla presenza della barriera che impedisce il mescolarsi dei Due Mari, che però sono liberi di scorrere e incontrarsi. Tabari riporta opinioni opposte: alcuni dicono che il mescolamente non avviene e che in questo consiste il "miracolo"; altri sostengono che mara_ga vuol dire mescolare e il miracolo sta nel fatto che, nonstante la mescolanza, il mare dolce non diventa salto né viceversa. Più confuso è Zama_h_sar_i: prima dice che "Iddio ha vietato il loro mescolarsi (tam_azu_g)", poi dice "i Due Mari, uno è lasciato libero di scorrere (mamr_u_g) con l'altro e l'acqua dolce dei due e mescolata (mamz_u_g) con quella salata" e vi è una nota al testo che spiega: "la parola 'mescolata' (mamz_u_g) forse è 'non mescolata' (.gayr mamz_u_g)"!
Non si può non pensare che questa confusione sia stata alimentata dalla somiglianza grafica, ancorché fonetica, fra i due verbi. La differenza tra R e Z in arabo è solo di un puntino diacritico, e bisogna ricordare che gli stessi punti diacritici sono stati introdotti nella scrittura araba in epoca seriore, appositamente per la redazione del Corano. Se anche non vogliamo accettare l'errore grafico intenzionale, da parte di chi credeva che i Due Mari non si mescolassero, non si può negare l'influenza semantica che la radice MZ_G ha esercitato sulla radice MR_G, proprio in virtù della loro assonanza fonetica e identità (almeno all'origine) grafica.
In tutti i dizionari viene dato "mischiare, essere mescolato" come significato secondario del verbo maraja. Data questa contaminazione semantica si può dare una traduzione dei versetti citati all'inizio, che tenga conto non solo del significato letterale, per altro non proprio limpidissimo, ma anche delle effetive potenzialità simboliche di cui essi sono carichi, in accordo con le espressioni di LXXVI 2, 5 e 17. Ecco dunque, XXV 53: "E' ui che ha fatto mescolare i Due mari, questo dolece fresco, quello salmastro amaro, emttendo però fra loro una barriera, un limite interdetto". LV 19-20: "Ha mescolato i Due Mari [ove] essi confluiscono - e fra loro due vi è una barriera affince nessuno prevarichi l'altro".
E' certo improbabile che in questi versetti il significato simbolico sia poco più che mera potenzialità, ma è anche grazie a questa potenzialità che ritroviamo immagini letterarie modellate su esempi coranici, o comunque ad essi conformi, dal significato esplicitamente sessuale. E soprattutto l'inequivocabile frase del Lisan che sancisce il significato sessuale del verbo maraja: "un uomo mara_ga una donna, [vuol dire] ha rapporti sessuali con lei".(4)

4: E' anche possibile che la valenza sessuale di questo verbo sia da affiancare al suo significato originario di "pascolare", nel senso di "andare a pascolare [su una donna]". Ma anche in questo caso il Corano fornisce una riscontro, sebbene non mutuato dal linguaggio degli allevatori nomadi (beduini), bensì; degli agricoltori. In Cor. II 222 si dice: "le vostre donne sono per voi come un campo", dove il campo è; quello da arare, da coltivare (.har_t), ma che ha la stessa funzione economica del campo da pascolo (mar_g).

Nella poesia bacchiaca abbaside si ha il paragone fra il vino puro e la donna vergine che spesso rifiuta l'unione, il mescolarsi, con l'acuqa, lo sposo; anche il poeta che "violenta il vino vergine lacerando le botti in cui è riposto per vederene scorrere il sangue [cfr. voce _hamriyy_at in E.I.2].
Il persiano Sa°di raccoglie l'eredità iranica unendola alle immagini islamiche nel celebre apologo della perla: una goccia di pioggia gocciò da una nube- e si stupì vergognosa vedendo il vasto mare - "chi sono io" disse "di fronte all'oceano immenso? - davvero se Lui è, io nulla sono!" - Ma poi che sé stessa sebbe visto con l'occhio di umiliazione - l'allevò una conchiglia con tutta l'anima, in seno - E a tale punto la portò la sfera del cielo - che divenne famosa perla regale" [vedi Pagliaro-Bausani 1968, p. 459] Il contesto è tutt'altro che erotico, ma il parallelo con quanto detto sopra funziona benissimo: resta infatti il ruolo attivo e fecondante della pioggia e quello apssivo del mare-abisso. Rispetto ai precedenti iranici e gnostici vi è però un'inserzione importante: la conchiglia e, soprattutto, la perla. Non è però una vera e propria novità, in quanto proprio il Corano costituisce un illustre precedente. Nella sura LV, sopo aver parlato dei Due Mari, al versetto 22 si dice: "Da essi due escono perle e coralli". Si trova qui un altro, e forse non del tutto casuale, richiamo a quel verbo mara_ga che è stato il punto di partenza del discorso: mar_g_an (coralli) deriva infatti dalla stessa radice MR_G e molti interpreti lo rendono con "perle piccole" o perle rosse". A questa parola inoltre si riconnette, linguisticamente, attraverso una parentela molto antica, la parola persiana per "perla" morv_ar_id [cfr. Mokri 1960].
Con quest'ultimo nodo si chiude il cerchio della rete di connessioni relative al verbo mara_ga, ma questo ha sfiorato anche nuovi argomenti e nuovi simboli (la coppa, la perla, ecc.) di cui si parlerà nella sconda parte.


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PARTE II: N_un e .h_ur

Il simbolismo sessuale maschile di ispirazione coranica (cfr. sopra) si può rissumere come centrato sulla capacità; di emettere un liquido non abbondante (gocce) con alcune precise caratterisitiche cromatiche (bianco)e organolettiche (dolciastro). (5)

5: Probabilmente non mancano nel Corano simboli maschili di tipo "fallico", quali forse possiamo vedere il bastone di Mosé che fa scaturire l'acqua dalla roccia (II 57 e VII 60) o che si trasforma in serpente (XX 17 e VII 107); a anche la palma ai cui piedi sgorga un ruscello durante il parto di Maria (XIX 24-25). Ma si tratta di un simbolismo molto più velato e meno produttivo.

Se messo in relazione a questo, il simbolismo femminile ha qualità opposte: produzione di un liquido aspro o amaro, di colore indefinito o rosso (sangue, vino), in abbondanza (mare).
Ma l'organo genitale femminile fa qualcosa di più di quello maschile: non si limita a partecipare fecondamnete alconcepimento nell'atto sessuale, ma accoglie in sé l'embrione e lo "porta" per nove mesi, per poi partorirlo com un nuovo essere umano. Messo quindi in relazione con l'embrione-germe di vita (la perla appunto), il simbolismo femminile acquista nuovi e diversi aspetti in cui prevalgono l'idea di recettività, concevo, sicurezza, nascosto e, talvolta, oscurità.
Non è inopportuno riportare alcune riflessioni di R.Guenon che calzano perfettamente sul nostro discorso: la lettera araba n_un, con la sua peculiare forma (un semicerchio aperto in altro contenente un puntino), è il simbolo, o meglio il nome, del pesce che inghiotte Giona, detto appunto _D_u al-N_un(="quello del pesce", Cor. XXI 87). L'uscita di Giona dal pesce come (ri)nascita ricorda "l'uscita dalla caverna iniziatica, la cui concavità è pure rappresentata da quella semicirconferenza del n_un"; inoltre "la semicircofenerenza con la sua convessità rivolta verso il basso è uno degli equivalenti schematici della coppa; come questa ha dunque, in qualche modo, il significato di una matrice nella quale è rinchiuso il germe non ancora sviluppato"; e ancora "la semicirconferenza è anche il simbolo dell'arca [di Noé], galleggiante sulle acque e il punto che si trova al suo interno è il germe che vi è contenuto o nascosto" [Guenon 1947, pp.141-45].
Questi simboli rappresentati dalla letterea n_un hanno origini diverse, ma godono tutti di una citazione nel Corano e anche lì rispecchiano tutti quel carattere di "matrice", o meglio "utero". La coppa (XXVII 45, LXXVI 5 e 7), si è visto, contiene liquidi simili ai liquidi seminali; la caverna (XVIII 9-26) accoglie i sette martiri di Efeso per ridarli alla luce dopo un certo periodo di "gestazione"; Giona (ri)nasce uscendo dal pesce; l'arca di Noè (XI 40, XXIII 27, ecc.) riceve le coppie di ogni specie animale destinate a ripopolare la terra dopo il diluvio, e in ciò bisogna ricordare la presenza altamente simbolica della pioggia.
In questi ultimi due episodi vi sono però delle differenze tra la versione biblica e quella coranica. In quest'ultima il pesce di Giona non è detto n_un come nel Corano; è evidente che quest'ultimo particolare aumenta il potenziale simbolico della versione coranica. Parimenti l'arca nella rivelazione islamica è detta fulk (non tebah come nella genesi), da una radice FLK estremamente interessante dal punto di vista semantico. Tra i verbi e i sostantivi che rientrano sotto questa radice abbiamo: fallaka="avere i seni formati, rotondi" detto di ragazza, ma anche "essere semisferico", "desiderare l'atto sessuale" detto di prostituta, e "avere le mestruazioni"; falak="seno" e "sfera celeste, orbita" di astro, "corpo celeste"; falaka="sedere, natica"; infine fulk="nave".
E' indubbio che i vari significati si siano sommati nel corso di un lungo arco di tempo, ma possiamo essere sicuri (confrontando anche le attestazioni di questa radice in altre lingue semitiche) che alla base dell'associazione seno-sfera celeste ci sia la rotondità, o meglio la semisfericità, e forse anche la ciclicità, idea che permise a molte religioni di mettere in relazione alcuni astri con le ciclicità tipiche della donna. Ed è da questo punto di vista, per così dire "rotondo", che bisogna vedere l'uso di questa radice per designare l'arca di Noè. Ancora Guenon, con un'impressionante sintonia linguistica con l'arabo, dice: "la semicirconferenza inferiore è la figura del'larca di NOè, la semicirconferenza superiore è quella dell'arcobaleno [Genesi 13-14], sono le due metà dell'Uovo del Mondo, una 'terrestre', nelle 'acque inferiori', l'altra 'celeste' nelle 'acque superiori'" [Guenon 1947, p.145].
Al di là delle intenzioni, opinabili, di R.Guenon nel fare queste affermazioni, abbiamo con esse un pieno parallelismo in arabo: l'arcobaleno è la sfera celeste (falak) cui corrisponde un principio fertile femminile ("avere il seno rotondo" o "avere el mestruazioni" significa che una ragazza è diventata fertile e nubile prima di essere un attributo di bellezza o, al contrario, di impurità), ossia l'arca (fulk); e nelle stesse acque superiori e inferiori si vedono la pioggia e il mare così come li si è descritti precedentemente [cfr. la parte I].
Forse non possiamo ricondurre questi esempi coranici al fatto che molti principi cosmologici nelle tradizioni antiche siano modellati sull'opposizione tra i sessi o siano comunque riconducibili alla sfera del sessuale. Non di menola lingua araba e certo uso di essa nel Corano (che ne è la prima e più elevata espressione) sembra contenere in nuce delle associazioni simboliche di cosmologie costruite a posteriori e sembra prestarsi eccellentemente a quei giochi (di parole) erotici che gli stessi autori musulmani hanno elaborato a qutori occidentali immaginato. Eccone un esempio.
La suggestione esercitata dalla Ka`ba sulla coscienza araba musulmana è stata enorme non solo da punto di vista reoligioso e simbolico, ma anche da quello linguistico. Da quella parola, che indica un edificio quasi cubico, derivano, ad esempio, il verbo ka``aba (="rendere cubico, elevare una potenza al cubo") e una serie di termini matematici indicanti forme e numeri relativi al cubo. Uno dei primi sensi della radice K`B è però "avere il seno turgido" detto di una donna, e con questa accezione troviamo in Cor. LXXVII 33 la parola kaw_a`ib, plurale di k_a`ib (participio del verbo di prima forma; Zamakhshari, non a caso, per spiegare la parola usa il sinonimo fallaka), riferito alle fanciulle del paraiso, le .h_ur_i, le spose dei beati nell'aldilà. Sembra che originariamente una divinità femminile k_a``iba (forse al-`Uzz_a) condividesse il santuario meccano con una divinità maschile (Allah?) rappresentato dalla Pietra Nera (cfr. Crone 1987, p.192). In seguito il termine k_a`iba avrebbe designato principalmente l'edificio che "contenendo" la Pietra Nera, sarebbe diventato, con l'avvento del monoteismo, la Casa di Dio (bayt All_ah). Tuttavia la Ka`ba ha conservato alcuni attributi femminili, fra cui, oltre al genere grammaticale (mentre bayt e haram sono maschili), il velo.
La Ka`ba è una .h_ur_i anche perché, essendo il ricettacolo della Pietra Nera, la quale costituisce un po' il suo occhio, ad essa si addice l'espressione coranica (XLIV 54, LII 21, LVI 22), riferita proprio alle fanciulle del paradiso, .h_ur `_in (="dagli occhi nerissimi", o meglio "con gli occhi di cui l'iride è nerissimo e la cornea bianchissima"). Quegli stessi occhi che in LVI 23 sono descritti "come perle nascoste" e in XXXVII 49 "come uova nascoste".
Per quanto riguarda l'apparente contraddizione tra nero degli occhi e bianco delle perle o delle uova (in arabo bay.d, dalla radice di abya.d="bianco"), basta analizzare l'origine del termine .h_ur per capire che detta contraddizione esiste solo per noi occidentali. .H_ur è plurale di .hawr_a' (maschile a.hwar) aggettivo di colore formato sulla radice .HWR che implica l'idea di bianchezza; questo aggettivo si applica agli occhi poiché c'è in essi un contrasto netto fra il nero della pupilla e dell'iride e il bianco della cornea. (6)

6: Non è forse casuale che dalla stessa radice derivi anche ma.h_ar="conchiglia, madreperla". Il doppio legame, analogico e cromatico, inserisce l'occhio delle .h_ur_i ancora una volta nel simbolismo di tipo n_un: conchiglia-cornea-utero che contiene la perla-pupilla-embrione.

Nel simbolismo delle .h_ur_i rientradono dunque l'occhio, la perla e l'uovo, ma vi è una certa differenziazione fra questo simbolismo e quello n_un, che non ci consente di caratterizzre il primo come esclusivamente femminile.
L'espressione "come perle nascoste" nel Corano è attribuita anche ai fanciulli, i servi dei beati del paradiso (LII 24), anche qui riferita evidentemente ai loro occhi. E quando in arabo si dice "due uova" (bay.dat_an) si intendono non solo le ovaie, ma anche i testicoli (curiosamente per testicoli si usa anche al parola un_tay_an, letteralmente "due cose femminili", da un_t_a;="femmina").

Questa connessione simbolico-linguistica alquanto ambivalente del Corano arabo tra occhio, uovo e testicoli, la ritroviamo in un romanzo erotico di G.Battaille (storia dell'occhio, traduz. italiana di D.Bellezza, Roma 1980), scritto negli anni venti del secolo scorso. Non è facile riassumerne il contenuto, ma si può individuare come filo conduttore proprio la identità di funzione erotica che uova, testicoli di toro e occhio (questa volta appunto in un ruolo maschile) hanno di volta in volta nella "oscenità"; di un rapporto sessuale. Ma nel romanzo vi anche una sottile allusione al fatto che l'erotismo come eccesso raggiunge il suo estremo opposto, il misticismo, essendo l'estasi raggiungibile con l'orgasmo.

Tutto ciò è perfettamente islamico sia dal punto di vista concettuale che simbolico. E' davvero possibile che la lingua arba coranica precorra delle fantasie erotiche talmente ardite e sottili?
In realtà possiamo far rientrare la cosa nel modello dell'Uovo comune un po' a tutte le civiltà, e che G.Scarcia definisce "proto-oculare" (Scarcia 1979). Molti dei paragoni citati da G.Scarcia, se opportunamente estratti dal contesto salvifico-soteriologico e trasferiti in un contesto sessuale, per noi funzionano perfettamente. Da quegli esempi e da quanto detto qui, si può sintetizzare questo simbolismo così: un cerchio bianco con un cerchietto nero (o rosso) al suo interno. Se dimezziamo questo simbolo, abbiamo (nella parte inferiore) un principio femminile che è necessariamente incompleto in quanto esso è "contenitore" e non assolve la sua funzione finché non vi sia al suo interno un "contenuto". E questo è il n_un e i simboli che ad esso si riferiscono.
Invece, quando questo simbolo è intero, è dotato della completezza che gli conferisce anche ambivalenza sessuale. un embrione ha in sé sia il principio maschile hce quello femminile (e un uovo è un embrione in termini biologici). E questo è .h_ur.

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Riferimenti bibliografici

E.I.2: Encyclopédie de l'Islam, seconda edizione;

Crone 1987: P.Crone Meccan Trade and the Rise of Islam, OXford 1987;

Gnoli 1962: G.Gnoli "Un particolare aspetto del simbolismo della luce nel mazdeismo e manicheismo", in AIUON XII 1962;

Guenon 1947: R.Guenon "The Mysteries of letter Nun", in Art and Thought, London 1947; citato secondo la traduzione italiana "I misteri della lettera Nûn" in R.Guenon I simboli della scienza sacra, Milano 1990.

Henninger 1959: J.Henninger Pre-islamic bedouin religion, in Studies on Islam, tradotti e pubblicati da M.L.Swartz, Oxford-New York 1981;

Ibn Manzur: Ibn Manzûr Lisân al-°arab, Bûlâq Cairo 1301h;

Mashkour 1987: M.J.Mashkour A Comparative Dictionary of Arab Persian and the Semitic Languages, Teheran 1978;

Mokri 1960: M.Mokri "Le symbole de la Perle dans le Folklore Persan et chez le Curdes Fideles de la Verité (ahl-i haqq)", in JA 1960;

Moraldi 1987: L.Moraldi (a cura di) Le apocalissi gnostiche, Milano 1987;

Pagliaro-Bausani 1968: A.Pagliaro-A.Bausani Le letterature persiane, Firenze 1968;

Scarcia 1979: G.Scarcia "La piaga e la luna", in Studi su Harran, Venezia 1979;

Smith 1889: R.Smith The Religion of the Semites, ristampato New York 1957;

Suyuti 1972: A.R.al-Suyûtî Le nuits de noces, tradotto da R.R.Khawam, Paris 1972.

Tabari: M.J.al-Tabarî Jâma° al-bayyân fî tafsîr al-Qur'ân, Bûlâq Cairo 1323h;

Zamakhshari: Zamakhsharî Tafsîr °an haqâ'iq al-tanzîl, Beyrut 1366h.

25/lug/2007 18.00 (l'articolo è del '91)

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In questa sezione trovano spazio una serie di testi, articoli, ma anche semplici spunti di riflessione e di dibattito sul Corano, visto nella sua più ampia e multiforme valenza. L'importanza di questo testo sacro e la sterminata letteratura che su di esso è stata prodotta, fanno sì che lo stesso "discorso sul Corano" possa essere oggetto di riflessione.
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