Come ha sottolineato Giuseppe Cossuto nella prefazione all'articolo di Giancarlo Casale, la questione affrontata apre una finestra sulla storia delle denominazioni esotiche dei prodotti esotici, e del conseguente "immaginario collettivo" dell'esotico che contribuisce a far diventare indiane cose americane e vice versa, scavalcando e deformando la geografia ufficiale.
Proprio per questi motivi, però, io porrei la questione sul piano della creazione mitica di realtà e geografie sconosciute o poco conosciute, piuttosto che della "paura del nuovo" o del "diverso", come fa Cossuto.
Qualcosa di simile avviene nei fumetti di Topolino: quando si deve ambientare un'avventura in un paese lontano o esotico e se ne inventano le caratteristiche mischiando tutti gli elementi (stereotipici) messi a disposizione dall'immaginario dell'esotismo, che, per una serie di ragioni, nel nostro mondo viene individuato con un "Oriente" assolutamente fantastico.
A queste regole si piegano, come già rilevato da Casale, non solo le lingue europee, ma anche quelle "esotiche". Gli esempi sono tantissimi. A partire dalle nostre cifre arabe che per gli arabi sono indiane (anche se in questo caso c'è un certo fondamento).
Un caso differente è forse quello della gomma. In italiano si chiama comunemente "gomma americana" il chewing-gum (letteramente: "gomma da masticare", che è il nome ufficiale), mentre l'ingrediente fondamentale della stessa (nonché di molte caramelle gommose progenitrici delle stesse, ma anche di bibite gassate, quali cocacola ecc.) è la "gomma arabica". Questa gomma è davvero "arabica" in senso lato, perché è il prodotto resinoso di alcune specie di acacia che crescono, guarda caso, in Sudan e in Senegal (ma non solo).
Eppure le origini del chewing-gum sono forse ancor più arabe della gomma arabica: nel Sud della Penisola Araba infatti è uso masticare, proprio come un chewing-gum una certa qualità di resina della Boswellia sacra che altro non è che l'albero dell'incenso, prodotto autoctono ed esclusivo di quelle regioni. Quest'uso è noto da tempi antichi e diversi medici arabi medievali lo consigliano sia come tonificante per la digestione che per mantenere forti denti e gengive.
Ricordo che durante il mio primo viaggio in Egitto da studente non ancora padrone della lingua, dovetti faticare non poco per trovare delle semplici arachidi. Se in italiano si chiamano comunemente "noccioline americane", come si chiameranno in arabo? Dopo estenuanti tentativi di spiegazione a diversi negozianti (con i loro mediatori che cercavano in ogni modo di aiutarmi) e numerosi fraintendimenti, scoprii che ovviamente si chiamano "fave sudanesi" (f_ul .s_ud_an_i). Non c'è alcun nesso logico con le possibili origini di provenienza di questa pianta, se non che in Italia arrivarono importate dall'America e nei paesi arabi dall'Africa sahariana o sub-sahariana. (Da notare poi quanto sia culturale l'associazione arachidi-noci piuttosto che quella arachidi-fave).
Ma ritornando al discorso principale – cioè che molti nomi di piante e prodotti d'importazione
assumono la denominazione non già dell'effettivo paese d'origine, bensì del paese che lo introduce o più estesamente di un paese esotico – vorrei soffermarmi su due denominazioni ricorrenti in varie lingue: Egitto e India.
Nei primi secoli dell'era cristiana, per i romani India e Arabia (ovviamente quella Felix) coincidevano in quanto entrambe esportatrici di prodotti esotici. Tutto ciò che era "orientale" poteva essere indiano o arabo, ma era la stessa geografia del tempo che confondeva le due aree, nonostante i progressi scientifici perpetrati da Plinio, Strabone, Tolomeo ecc.. In questo ambito rientrava anche l'Africa orientale, che da tempi lontanissimi condivide lo stesso genere di prodotti di India e Arabia (il famoso paese di Punt degli egizi che oggi denomina una regione della Somalia). Il diplomatico bizantino Teofilo viene detto "l'indiano" per la sua missione in Etiopia (passando per l'Arabia Meridionale). In alcuni testi storici bizantini si dice India oltre che per indicare l'Arabia estrema, anche il Golfo Persico o la Persia stessa.
Vice versa, negli studi botanico-farmacologici dell'ellenismo si era più scientificamente attribuita l'etichetta di "egiziano" ad alcune piante che effettivamente crescevano da quelle parti. Ciò rimase anche per piante che a un certo punto non venivano più coltivate (o non lo erano mai state) in Egitto, ma che vi somigliavano (ad esempio alcune palme).
Curiosamente l'appellativo di "egiziano" (mi.sr_i) ricorre anche in molte denominazioni arabe delle stesse piante, non sappiamo se per pedissequa traduzione dal greco o per un uso effettivo del termine in quel tempo.
In generale, però, in arabo la denominazione esotica è principalmente quella di "indiano", se non addirittura "cinese". Alcuni esempi: il cinnamomo è d_ar .s_in_i (letteralmente "casa cinese") il prodotto venga da Ceylon; il cocco invece è _gauz hind_i ("noce indiana"); il tamarindo è tamar hind_i ("dattero indiano"). Quest'ultimo è passato in italiano con l'esatta denominazione araba, e questo forse perché il suo aspetto non è così "strano" da richiedere una denominazione esotica.
Anche qui bisogna sottolineare che la geografia è diversa da quella reale: per gli arabi del medioevo "indiano" non può riferirsi solo alla Penisola Indiana, ma anche al mare (o oceano) che si attraversa per raggiungerla e, più in generale, ai paesi che vi si affacciano (esclusa ovviamente l'Arabia).
In definitva sia i casi dell'arabo che delle lingue europee dimostrano che i nomi dei prodotti di importazione non devono la loro denominazione all'effettivo paese di provenienza (o di importazione), bensì dal potenziale evocativo che il prosotto stesso porta con sè unito al potenziale evocativo del paese cui è associato, a dispetto della geografia reale, per inserirsi in una geografia "mentale". Che poi è quella stessa che fa sì che le cose possano essere "orientali" o "occidentali" a prescindere dalla loro realtà (un prodotto tecnologico, ad esempio, potrebbe assumere sicuramente la denominazione di "tedesco", ma un profumo non può che essere "orientale"). E dal momento che la lingua è un fatto mentale, anzi direi mentale e collettivo, la geografia che in essa si rispecchia e altrettanto "mentale e collettiva"(2).
Vorrei chiudere con un caso assolutamente anomalo, quello della banana. Come la patata, deriva il suo nome da un termine indigeno e come tale è passato in pressoché tutte le lingue del mondo, escluso il cinese e alcune lingue dell'Asia meridionale. Proprio perché, secondo i botanici, la pianta è originaria del sud-est asiatico e in Cina come in India era coltivata da tempi molto antichi. Ma la parola "banana" è bantu! Ed è stata introdotta, pare, dai portoghesi che conobbero il frutto quando cominciarono a circumnavigare l'Africa.
In arabo invece ha un suo termine autoctono (m_uz), che stranamente non è passato in italiano, come invece è successo per i frutti (i vari arancia, limone e, per l'appunto, tamarindo) introdotti dagli arabi...
A questo punto mi chiedo (e aspetto risposte): possibile che gli arabi non mangiavano banane in Sicilia ai tempi della loro dominazione? O forse il latino (scientifico) musa (da cui la famiglia delle piante come il banano prende il nome di musacee) ha a che fare proprio con l'arabo?
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