Su questo sito sono apparsi due interventi sulla questione delle traduzioni di opere e concetti greci in arabo (soprattutto in Sira e in Iraq fra i secoli VIII e X) e degli stessi in latino (soprattutto in Spagna fra i secoli X e XIII). Il primo (il mio Episodi di trasmissione del sapere: la trasmissione della cultura greca nell'Islam) è una "voce" puramente informativa e descrittiva del fenomeno, il secondo invece (Avicenna e le traduzioni dell'idea di Medicina: breve storia della diffusione mediterranea di un'idea di A.Vanoli) approfondisce certi aspetti di alcune specifiche traduzioni, ponendo così degli spunti per una riconsiderazione dello spesso esaltato "interscambio culturale" che sarebbe insito nel fenomeno stesso.
Una prima considerazione che si può fare è che la cultura greco-romana che si "trasmise" a quella arabo-islamica è molto diversa da quella che generalmente noi consideriamo tale. Era, al tempo della sua trasmissione (o traduzione), piuttosto la cultura (filosofica e scientifica) dell'Oriente bizantino dell'epoca tardo antica, già distante da quella ellenistica e romana in senso proprio, e che aveva inoltre già assorbito diversi secoli di dispute filosofico-teologiche cristiane. La filosofia aveva vissuto diverse fasi di eclettismo, neo-aristotelismo e neo-platonismo sulle quali, specialmente nel Vicino Oriente, si erano sovrapposte le influenze dei culti e delle dottrine locali, quali gnosticismo, manicheismo, giudaismo, zoroastrismo, culti astrali, ecc.. Il conflitto (o la conciliazione) fra filosofia neoplatonica e le dottrine cristiane, in particolare, si era già consumata attraverso la mediazione di alcuni concetti aristotelici. Anche le altre scienze erano coltivate con metodi e scopi leggermente diversi che nel periodo ellenistico, ed anche su questi le concezioni teologiche delle nuove o vecchie religioni avevano esercitato una certa influenza.
In ogni caso la "cultura greca", in buona parte già siriacizzata e cristianizzata, che i musulmani si trovarono a tradurre nel proprio mondo si poteva definire in un certo senso "compiutamente medievale", anziché classica (1).
In un certo senso la arabizzazione e l'islamizzazione della cultura greca si pone in perfetta contiguità e coninuità con quella che era stata l'evoluzione di quella stessa cultura. Prova ne è che anche nell'Occidente latino vi era stata una analoga evoluzione. Con la differenza che gli interessi specifici dell'Occidente latino (ossia dei suoi referenti politici, religiosi e culturali in genere) erano ricalcati sulle proprie peculiarità locali: sia l'organizzazione politica dei regni e degli imperi, sia la concezione del cristianesimo e per certi versi anche i sistemi produttivi erano differenti. Ma soprattutto, anche qui la "cultura greca" aveva subito le influenze locali (in primis quella di essere diventata latina) che a loro volta avevano operato nel corso dei secoli una propria selezione sull'ampio campionario della letteratura e della scienza classica.
Parlando di traduzioni, si può appropriatamente usare una metafora linguistica: così come le parlate e i dialetti si fondono uno al confine con l'altro, così le idee e i sistemi di pensiero si fondono e si confondono da una cultura in un'altra senza soluzione di continuità nello spazio e nel tempo. E così come i dialetti in certi contesti o momenti storici diventano lingue, in quanto fissate in una letteratura (artistica, scientifica o altro), così alcuni concetti o idee -- vuoi perché trovano un buon terreno per radicarsi in una data cultura, vuoi per casualità o coincidenza -- diventano assi portanti di un sistema di pensiero (2).
Se la metafora non fosse solo una metafora e potesse funzionare, per così dire, da modello cognitivo, si potrebbe andare oltre: si potrebbe parlare di stratificazione delle idee e dei concetti (e della semantica che vi sta dietro) come di stratificazione linguistica, con conseguenti influenze di sostrato, oppure di uniformazione e standardizzazione linguistica come di pidgninizzazione delle idee; oppure si potrebbe ancora parlare di fissazione dei dogmi in termini di "elaborazione della regola" di una lingua, ossia di formulazione della sua grammatica.
Fatto sta che così come accade per i dialetti e le lingue, anche nella diffusione e trasmissione di idee e concetti elementi estranei o molto differenziati del "trasmettente" si introducano nella "vulgata" del "ricevente", pur subendo a volte uno slittamento semantico (come i prestiti o i calchi). E questo, se pure avviene spesso tramite un meccanismo involontario,
si verfica nei punti e nei momenti di contatto
e di "interscambio".
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