Venezia e l'Islam: riflessioni sull'assenza di un dialogo inter-religioso e culturale

Da quella che nelle intenzioni voleva essere una breve recensione della mostra "Venezia e l'Islam" (1), scaturisce una riflessione sulla sostanza (e sulle forme) del dialogo inter-religioso nel mondo mediterraneo, sia nel passato che nel presente. (1): "Venezia e l'Islam - 828-1797", Palazzo Ducale, Venezia, dal 28-08 al 25-11 2007; catalogo Marsilio. La mostra è stata allestita in precedenza al Met di New York e all'IMA di Parigi. Se l'intento della mostra infatti è quello di illustrare i rapporti fra la Repubblica di Venezia e l'Islam (ma sarebbe meglio dire fra Venezia e i paesi islamici dall'altra parte del Mediterraneo), gli esiti di queste ultramillenarie relazioni appaiono tristemente poveri sul piano culturale e religioso. Praticamente si limitavano a un fruttuoso intreccio di interessi commerciali ed economici che trovava la sua splendida concordia ogni qualvolta collimavano la domanda e l'offerta. La gran parte dei pezzi esibiti, di fatto, è costituita da oggetti di lusso (metallistica, cermica, tessuti, tappeti, vetri, mobilia, ecc.) che, come ben mostrato dai parallelismi allestiti nelle varie sezioni della mostra, venivano prodotti da una parte e copiati e sviluppati dall'altra, ad uso e consumo di questa o quell'altra élite che se li poteva permettere. Né più né meno di quello che è accaduto negli ultimi quarant'anni fra il mercato euro-americano e le economie dell'Estremo Oriente. Sottolineano questa impressione anche quei dipinti sfoggiati come pezzi forti della mostra (vari Tiepolo, Bellini, Mansueti, ecc.) che sembrerebbero dimostrare un reale interscambio culturale: in essi però si rivela solo un gusto "esotico" (la presenza di tappeti persiani e stoffe damascate, imitazioni di scritte arabe e turbanti, sia in quadri di carattere sacro cristiano che nei ritratti dei dogi) nemmeno tanto sorprendente dal momento che prodotti del genere allora non venivano ancora fabbricati nelle manufatture italiane -- o se lo erano, si trattava per l'appunto eccezionali copie taroccate. Anche lo scambio scientifico (le mappe, le portolane, gli strumenti di navigazione, le armi e finanche i libri di medicina) si trasforma in realtà in un più utilitaristico scambio di tecniche mirate al progresso economico-commerciale, pittosto che a fini di progresso culturale in senso stretto, e meno che mai di dialogo. E probabilmente anche quella che appare essere una pietra miliare nel campo degli studi orientalisti, cioè la pubblicazione a stampa del Corano arabo a Venezia nel 1537 da parte degli editori Paganini, rispondeva a un interesse commerciale piuttosto che a un'aspirazione alla conoscenza del partner. E la sorte di questo volume -- la cui pubblicazione venne condannata dalla Chiesa, tanto che a lungo si credette fosse andata perduta -- è poi sintomatica della scarsa fortuna "culturale", oltre che commerciale, che una tale iniziativa incontrò nell'Italia del tempo: evidentemente non c'era un mercato (intellettuale) per simili operazioni culturali.
Insomma, nonostante le tante ambascerie, la presenza di fondaci italiani a Istanbul e turchi a Venezia, le missioni politiche, diplomatiche e religiose, non traspaiono indizi di una vera curiosita s intellettuale che denoti un'autentica volontà di confronto, per non dire di dialogo o di interscambio (2). Di certo i tempi erano prematuri, ma al pari degli altri italiani ed europei, i veneziani non si sono mai preoccupati, tanto per dirne una, di distinguere i "turchi" dai musulmani o dagli arabi, col risultato di etichettare come controparte (nemica o amica a seconda dei casi) tutte le componenti, religiose ed etniche, di cui quella controparte era costituita. (2): Sebbene non mancarono iniziative personali di singole figure che denotarono un reale interesse nella cultura musulmana ed orientale -- a proposito delle quali si veda ad esempio in questo sito la scheda di G.Cossuto su L.F. de Marsigli -- si tratta per lo più di pubblicazioni episodiche e dagli esiti marginali.
Parallelamente, lo stesso interesse per la ritrattistica manifestato dai sovrani ottomani -- del quale interesse è episodio celebre, ma non unico, il viaggio di Gentile Bellini a Istanbul e i suoi ritratti del sultano Mehmet II -- lasciò poche o nulle tracce di sé nell'arte ottomana, dove la pittura continuò a restare nei confini della miniatura, senza cedere alla moda "occidentale" del quadro.
La riflessione su questi temi immancabilmente mi porta a guardare ai giorni nostri per constatare, con una certa tristezza, che le cose sono cambiate di poco. Nonstante i numerosi appelli al dialogo inter-religioso e allo scambio culturale, i rapporti fra Europa e Medio Oriente continuano a soffrire di quella "tara genetica" di cui erano contraddistinti diversi secoli fa. Essi continuano a rispondere ad esigenze economiche e politiche, alle quali il discorso culturale viene (forzatamente) piegato o sottomesso, avendo come risultato a volte un'asfissia degli studi orientali, a volte una loro ghettizzazione.
Più che elencare una casistica di tali atteggiamenti (praticamente tutti), per restare negli ambiti toccati dalla mostra di cui si sta parlando, basta guardare alla vicenda del negoziato per l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea. Il dibattito, che definirei appropriatamente "levantino" al limite del "bizantinismo", sulle radici cristiane (e addirittura giudaiche!) dell'Europa -- evidentemente da contrapporre a quelle (presunte) musulmane del moderno stato laico turco -- sottende in realtà il problema politico dell'ingresso di un paese il cui peso demografico supera quello dei "grandi elettori" della UE (Germania esclusa) e le cui potenzialità economiche (la manodopera a basso costo prospetterebbe infatti una delocalizzazione massiccia e conseguente sviluppo industriale, per non parlare della funzione di "ponte" per le risorse energetiche centro-asiatiche) metterebbero in imbarazzo gli equilibri di una UE a 28 stati. (3): Per approfondimenti si rimanda, in questo sito, all'intervista a G.Cossuto sulla Turchia in Europa. Senza entrare nella questione (3), mi preme soltanto sottolineare come, per l'appunto, il dibattito sulla contrapposizione delle culture soffochi invece un vero interscambio teso alla conoscenza reciproca -- che pure esiste, eccome -- ed anzi a volte ne distragga le energie migliori.
Per tornare al merito della mostra veneziana, potrei concludere dicendo che forse il vero interscambio culturale sta proprio nello scambio materiale di oggetti di uso quotidiano (ammosso che quelli esposti fossero davvero di uso quotidiano). Ma lo spunto più fruttuoso, su questo piano lo danno lo splendido volume Effigie naturali dei maggior prencipi et piu valorosi capitani di questa eta con l’arme loro raccolte et con diligentia intagliate da Giacomo Franco (1596) e le due eccezionali edizioni (1590 e 1598) degli Habiti antichi e moderni di diverse parti del mondo di Cesare Vecellio. Da quelle pagine sembra trasparire davvero un'autentico desiderio di conoscere, o per lo meno rappresentare il mondo più lontano attraverso la descrizione dei costumi e delle facce non per ragioni di prestigiosa committenza, ma per sincera curiosità intellettuale. Se pure nella sostanza tali rappresentazioni si accostano, più che a trattati scientifci, a raccolte di mirabilia o a superficiose guide turistiche, nondimeno è forse proprio in un "turismo consapevole" che dobbiamo sperare perché si concretizzi un vero scambio culturale (e materiale) di massa, visti gli angusti vicoli (ciechi) in cui spesso si smarrisce il dibattito "scientifico".

07/set/2007 16.39

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Non è intenzione di questo breve articolo spingersi tanto indietro nel tentare delineare le motivazioni del sospetto nei confronti dei "Levantini"...
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