Gli Italiani di Istanbul. Figure, comunità e istituzioni dalle Riforme alla Repubblica 1839-1923, a cura di Attilio De Gasperi e Roberta Ferrazza, Torino, 2007
E’ questo un libro che parla di un aspetto del mondo “levantino”, quello d’Istanbul, l’antica Costantinopoli. Levante: una parola che ci riporta indietro negli anni, fa pensare, almeno a chi giovane non è più, ai tempi in cui, ragazzi, si faceva la collezione dei francobolli, a quelli d’Oltremare, con la sovrastampa “Levante”, forse anche agli amori “di terra lontana” di qualche lettura scolastica. In realtà è un libro che ci presenta un aspetto meno noto, quasi dimenticato, della storia d’Italia, o meglio degli Italiani, storia che risale a tempi in cui il nostro paese era solo un concetto letterario.
Libro ricchissimo di notizie, nel quale scrivono trenta autori, non certo riassumibile, perché solo dalla sua lettura si potrà avere un quadro degli studi su questo argomento, come delle possibilità di ulteriori sviluppi. Si può qui dare, quindi, solo qualche accenno, indicare alcuni dei temi trattati.
Gli interventi ci parlano degli Italiani che, per qualche motivo, sono stati ad Istanbul, viaggiatori, artisti, commercianti, studiosi, profughi politici, religiosi, specialisti in vari campi, ma in particolare di coloro che vissero stabilmente in quel luogo, i Levantini. Se guardiano un dizionario italiano, ad esempio il Devoto-Oli (Lemonnier), troviamo che “Levantino” si dice “di persona appartenente al ceto europeizzante delle città commerciali del Medio Oriente, con una sfumatura di diffidenza”. E forse questo pregiudizio ha contribuito alla dimenticanza.
In realtà Levantini sono gli europei che vivono in un porto dell’Oriente mediterraneo, ma i levantini d’Istanbul, d’origine italiana, hanno loro specifiche particolarità, e hanno costituito un elemento importante nelle varie culture che si sono succedute e intrecciate sul Bosforo, dai Bizantini agli Ottomani e ai Turchi della moderna Repubblica. La loro è la più antica colonia italiana nel mondo, anche se oggi estremamente ridotta per l’abbandono dei più giovani.
Negli antichi quartieri di Galata, Pera (Beyoglu), la presenza italiana, genovese e veneziana all’inizio, risale al medioevo, e ha dato vita a una comunità ricca e fiorente, che nei tempi a noi più vicini doveva affrontare tutte le difficoltà di un trapasso al mondo contemporaneo, vivendo le tensioni e le lotte fra le varie componenti del mondo ottomano. Presenza secolare, dunque, che prese forma e sostanza in particolare con la quarta Crociata, con la nascita dell’impero latino, quella strana Crociata che doveva stravolgere i propri fini, combattendo proprio contro l’Impero cristiano che per tanto tempo era stato il principale ostacolo all’espansione musulmana.
Un comunità, quella italiana d’Istanbul, dalla “identità molteplice” per i contatti e le aperture culturali, la conoscenza delle lingue che, per i levantini, erano essenzialmente quattro, l’italiano, il greco, il francese e il turco. La lingua italiana, destinata a diventare una diffusissima lingua franca, doveva poi essere gradatamente sostituita dal francese, in particolare dalla metà del XIX secolo: durante la visita del Pontefice Benedetto XVI, il Padre nostro è stato letto in turco.
I non musulmani nel mondo ottomano erano organizzati in millet, termine d’origine araba che, nell’odierno turco di Turchia, ha il significato di nazione, nel senso moderno, ma un tempo indicava una comunità con la stessa religione, a parte i musulmani i quali appartenevano all’Umma, la comunità del Profeta Muhammad. Ma la comunità latina, di coloro che parlavano italiano, era una taife, non una millet, legata alla Chiesa cattolica che, tramite un delegato, rappresentava i diritti della comunità.
Un altro punto interessante, che risalta esplicitamente dalla lettura di questo volume, è il contrasto fra gli studiosi, fra chi studia un argomento e chi quegli argomenti, da lui stesso studiati, li vive come membro o discendente di quella comunità. Il ruolo svolto storicamente dagli Italiani d’Istanbul, gli incarichi spesso importanti sostenuti dai suoi rappresentanti, hanno fatto nascere una sorta di “mitologia” levantina, che poi è il modo in cui ogni gruppo costruisce la propria identità, sempre diverso da come gli altri possono considerarlo. Visione necessariamente diversa in chi la vive, o rivive tramite ricordi e tradizioni, rispetto a chi si limita a farne oggetto di studio.
E’ con il XIX secolo che affluiscono sul Corno d’Oro i profughi politici, non solo italiani. Garibaldi passò e soggiorno ad Istanbul per motivi di lavoro, e la sua permanenza rimane priva di documentazione adeguata, anche se si possono trarre ipotesi estremamente interessanti e illuminanti.
Fra i miti d’origine vengono, in particolari evidenziati quelli del “veliero”, spesso in rapporto con la nave che porta Garibaldi a Istanbul oppure collegato a qualche forma avventurosa e romantica di viaggio; il “patriottismo”, perché spesso il capostipite ci viene presentato come un profugo, per aver combattuto nelle guerre per l’indipendenza italiana, ancora e sempre in rapporto con Garibaldi. E a volte entra in scena lo stesso Sultano, all’origine di quell’arrivo sul Bosforo tramite un invito a prestare, nel mondo ottomano, la propria opera specialistica. Miti levantini, per quel modo di vivere more nobilium, nelle parole di Livio Amedeo Missir.
E sempre si può notare un atteggiamento fra orgoglio e incerti sentimenti, derivanti anche da atteggiamenti come quello di Edmondo De Amicis che ci fornisce un’interessante descrizione di Istanbul, specie dei quartieri europei, ma sempre con un tono fra la critica e il paternalismo. Ancora più utile, per la comprensione di quel mondo, e forse l’opera del suo illustratore, Carlo Biseo, uno dei “25 della Campagna romana”, ossia di quel gruppo che cercava un ritorno alla natura, favorito dalla presenza a Roma dei Coleman, pittori inglesi che portavano in Italia il loro gusto per la pittura di paesaggio all’aperto.
Molto interessanti le notizie sugli scrittori levantini che rappresentano, con le loro opere, questa realtà poco nota in Italia: sono Willy Sperco, Livio Amedeo Missir di Lusignano, Giovanni Scognamillo, Angèle Loreley, che dovrebbero essere meglio conosciuti in Italia.
La vita della comunità d’origine italiana si è svolta, nel XIX secolo intorno ad alcune associazioni: nel 1838 nasce la Associazione Commerciale Artigiana di Pietà, fondata per alleviare gli artigiani poveri affluiti a Istanbul, che venne aiutata anche dal Sultano Abdülmecid; nel 1863 c’è la Società Operaia Italiana di Mutuo Soccorso, nello stesso anno in cui troviamo la Prima Filiale dell’Alleanza Israelitica Universale e la Rispettabile Loggia Italia all’Oriente di Costantinopoli sorta con gli auspici del Grande Oriente di Torino, e sostenuta anche dall’ambasciatore del Regno d’Italia. Del 1864 è la Società Operaia che apre la prima scuola, serale e domenicale, con insegnamento dell’italiano, dell’aritmetica, della geometria e della storia.
Alcuni interventi in questo Congresso si sono occupati dello Stato ottomano e della sua evoluzione. Così nella Guerra di Crimea gli Ottomani, e fra di essi anche Levantini, avevano combattuto contro l’Impero russo insieme ad altre potenze europee, e questa comunanza aveva contribuito a dare una diversa immagine dei Franchi, degli Occidentali, ma anche a dare forma un nazionalismo ottomano. Nazionalismo che, poi, avrà come meta uno Stato federale, subito schiacciato da altri nazionalismi e particolarismi nascenti, che porteranno alla tragedia della Grande guerra. Per un certo tempo era apparsa possibile una mediazione fra Oriente e Occidente, ma le islahat, ossia i “miglioramenti”, erano sempre imposti dal di fuori, e solo più tardi, quando la nazione turca sarà nata secondo il nazionalismo europeo, si potranno affermare, con nuovo termine, devrim, i nuovi miglioramenti, riforme o rivoluzioni non violente dirette al raggiungimento di una cultura occidentale, vista come “l’unica cultura”.
Altra presenza, certo meno materiale ma forse ugualmente influente, è quella dei personaggi italiani nella letteratura turca, ed è sorprendente accorgersi di quanto siano numerosi. Fin dal tradizionale teatro delle ombre turco, il Karagöz, le figure del Franco e del medico levantino appaiono d’origine italiana. Specie nei primi romanzi turchi, secondo la modernità occidentale, sono spesso personaggi italiani o di origine italiana così in quelli di Ahmet Midhat Efendi. Ma anche altri autori famosi, come Hüseyin Rahmi Gürpinar, Samipasazade Sazai o Halit Ziya Usakligil, ci presentano gli stessi tipi umani.
D’altronde molti sono gli artisti italiani che passano da Istanbul o vi soggiornano, e fra i più noti troviamo il pittore di corte Fausto Zonaro, il geniale architetto art-nouveau Raimondo D’Aronco, il musicista Giuseppe Donizetti, o lo scultore Pietro Canonica autore delle prime statue commemorative del mondo islamico.
Ma questi, fin qui appena accennati, sono solo alcuni dei temi trattati nelle relazioni presentate in questo libro, e per averne almeno un’idea, sarà utile presentare qui i titoli delle relazioni:
* Ferzan Özpetek, Prefazione.
* Attilio De Gasperis, Presentazione.
* Roberta Ferrazza, Introduzione.
* Parte prima: La comunità italiana
* Sergio La Salvia, La comunità italiana di Costantinopoli tra politica e società (1830-1870).
* Ilber Ortayli, Gli italiani di Istanbul.
* Annita Garibaldi Jallet, Gli anni di Costantinopoli nel mito Garibaldi (1822-1834).
* Alessandro Pannuti, Levantinità e mitologia.
* Arus Yumul, I levantini di Pera.
* Alessandro Baltazzi, Gli Italiani in Turchia: identità nuove e vecchie.
* Giacomo Saban: La componente ebraica nell’ambito della comunità italiana: la comunità de los Francos.
* Parte seconda: Le istituzioni della comunità.
* Roberta Ferrazza, La Società Operaia di Mutuo Soccorso di Costantinopoli 1863-1913. Memorie e documenti.
* Nora Seni, La collettività italiani di Istanbul: esiste un’élite filantropica nel XIX secolo?.
* Angelo Iacovella, Socialità massonica e socialità operaia: il caso di Costantinopoli.
* Anita Garibaldi Hibbert, Garibaldi, l’emigrazione italiana e le politiche sociali.
* Valeria Jacobellis, L’istruzione della collettività italiana d’Istanbul fra passato e presente.
* Fortunato Maresia, Storia dell’Artigiana.
* Paolo Girardelli, Una città nella citta. La Società Operaia e le architetture della comunità italiana ndi Istanbul.
* Rinaldo Marmara, Ordini religiosi monastici a Istanbul nel XIX e XX secolo.
* Parte terza. Italiani a Istanbul.
* Oguz Karakartal, Gli italiani di Istanbul nella letteratura turca (1839-1922).
* Luca Orlandi, Alcune note, impressioni e memorie di viaggiatori italiani nella “Costantinopoli” del XIX e XX secolo.
* Maddalena Tirabassi, Nazionalismo e colonie italiane d’Oriente: Amy Bernardy a Istanbul.
* Zeynep Inankur, Orientalisti italiani.
* Emre Araci, Da Donizetti a Guatelli. Musicisti italiani alla corte ottomana.
* Nazende Ozturk, Una famiglia di musicisti di Istanbul: i Lombardi.
* Emine Turk, Il contributo degli esuli italiania alla modernizzazione dello stato ottomano.
* Parte quarta: I rapporti italo-turchi.
* Roberto Sabdri - Giachino e Gustavo Mola di Nomaglio, La legazione sarda presso la Sublime Porta dal 1815 al 1849.
* Il Han Ozay, L’Impero ottomano: stato retto dalla Seriat o stato laico? Il diritto costituzionale e amministrativo.
* Giuseppe Cossuto, Alcune conseguenze della Guerra di Crimea e dello Hatt-i Humayun (1856) sulla popolazione levantiva dell’Impero ottomano.
* Aisegul Baykan, Dilpomatici, scienziati, agenti segreti. Le relazioni con l’Italia tra il 1923 e il 1936.
* Andrea Visone, Le fonti documentarie per la storia dei rapporti italo-turchi conservate nell’Archivio Storico del Ministero degli Esteri.
Il volume è completato da Cronologia e Glossario a cura di Giuseppe Cossuto, Bibliografia Indice dei nomi, Elenco delle figure e Nota sugli autori. Gli articoli in lingua turca sono stati tradotti da Giuseppe Cossuto, Livio Beretta, Adriano Marinovich, Aldo Baldini.
Anche le fotografie, che arricchiscono l’opera, contribuiscono a darci il sapore di un mondo che, per molti, sarà una scoperta. Le visioni di un’Istanbul scomparsa, foto e documenti di famiglie levantine, i ricordi garibaldini, un bellissimo progetto per una casa dell’architetto Raimondo D’Aronco, quadri di pittori orientalisti, ci danno il desiderio di saperne di più. E poi c’è anche la prefazione di Ferzan Özpetek.
Una prefazione affidata alla persona più adatta, un regista turco del quale si può dire che sia uno dei migliori registi italiani. In un suo film c’è un personaggio, una turca, alla quale chiedono se è straniera. Risponde: “No, sono turca”.
Lo stesso Özpetek ci dice che, girando per Istanbul, durante la realizzazione del suo film, Il bagno turco, le presenze italiane sono comparse sulla sua strada “come per magia”. Fonte di “malinconia” e di “ispirazione”, queste apparizioni gli hanno fatto capire il senso della propria scelta di vivere in Italia, a Roma, come un senso ha acquistato la sua facilità di apprendimento della lingua italiana. Oltre le tracce di vite precedenti, che si fanno misteriosamente avvertire, e gli inevitabili intrecci del destino, si può ricordare che nei secoli, più nel passato che oggi, tempo di un turismo di massa troppo distratto e inconsapevole, sulle sponde del Mediterraneo era forse più presente la coscienza di un comune destino...
Dopo la lettura di questo libro si avverte la necessità di continuare, di approfondire questi studi, renderci meglio conto delle influenze culturali reciproche, sperando che questa occasione porti a una nuova fioritura di studi.
07/set/2007 16.39
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