La "scoperta" ottomana dell'Oceano Indiano nel XVI secolo

Il viaggio portato a termine da Vasco de Gama intorno al Capo di Buona Speranza nel 1497 è stato da sempre riconosciuto come uno dei principali punti di svolta nella storia mondiale, in quanto segna l'inizio di contatti diretti e prolungati fra le civiltà dell'Europa Occidentale e l'Oceano Indiano. Al confronto, la contemporanea espansione del rivale Impero Ottomano nelle terre dell'Oceano Indiano a seguito della conquista dell'Egitto da parte di Sultan Selim I nel 1517 è molto meno nota agli studiosi moderni. Dal momento che lo stato ottomano e le comunità mercantili dell'Oceano Indiano condividevano la stessa religione, molti studiosi moderni hanno semplicisticamente dedotto che essi godevano di una naturale familiarità reciproca ben prima che il XVI sec. cominciasse. Ma per molti aspetti, prima della conquista dell'Egitto, gli Ottomani erano ancor meno consci della geografia, della storia e delle civiltà dell'Oceano Indiano di quanto non lo fossero i loro rivali del tempo, ossia i Portoghesi. Il successivo sviluppo dei contatti diretti fra l'Impero Ottomano e l'Oceano Indiano rappresenta così una sorta di "scoperta" ottomana di una parte del mondo per loro totalmente nuova, assimilabile così alle ben più documentate scoperte europee dello stesso periodo. Per capire come, cominciamo col fare una comparazione fra lo stato della conoscenza geografica dell'Oceano Indiano da parte dell'Occidente europeo e del mondo islamico prima delle grandi esplorazioni, cercando di valutare dove gli Ottomani si collochino in questo quadro generale.

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Geografia e cartografia europea ed islamica come sfondo delle scoperte ottomane

In origine, la civiltà dell'Occidente cristiano e quella del Medio Oriente islamico condividevano le basi della loro conoscenza dell'Oceano Indiano, ossia la tradizione geografica del mondo greco-romano e in particolare la sua sintesi incorporata nella Geographiadi Tolomeo. Nei secoli che seguirono le prime conquiste musulmane, comunque, gli studiosi delle terre dell'Islam furono in grado di ampliare significativamente questo insieme di conoscenze, in gran parte grazie allo sviluppo di una vasta rete commerciale islamica che lambiva l'Oceano Indiano in tutta la sua estensione. Viaggiando lungo le rotte di questa rete in grande numero, sia i mercanti che i dotti musulmani cominciarono a scrivere delle opere riguardanti i paesi che avevano visitato, mentre i piloti e capitani musulmani iniziarono a compilare itinerari e guide di navigazione ad uso pratico sulle rotte marittime. I più antichi lavori di questo genere risalgono al IX e al X sec., e la loro produzione continuò quasi ininterrottamente fino all'epoca contemporanea alla nascita della storiografia ottomana (1). All'epoca dei primi grandi viaggi di esplorazione europei, quindi, i geografi islamici avevano accesso a un largo corpus letterario, in continua espansione, dedicato

1: Vedi G.Hourani, Arab Seafaring in the Indian Ocean in Ancient and Medieval Times (Princeton, NJ: Princeton University Press, 1963).
2: F.Sezgin, The Contribution of the Arab-Islamic Geographers to the Formation of the World Map (Franfurt am Main: Institut für Geschichte der Arabisch-Islamischen Wissenschaften an der Johann Wolfgang Goethe-Universität, 1987), pp.20–23.
specificamente all'Oceano Indiano e alle terre ad esso adiacenti, e godevano di una comprensione molto più profonda ed immediata di questa vasta porzione del mondo rispetto ai loro predecessori del mondo antico (2).
Al contrario la conoscenza geografica europea dell'Oceano Indiano nell'era post-tolemaica sembra essersi sviluppata nella direzione quasi opposta. Almeno in teoria, gli esempi di mappaemundi del Medioevo occidentale che sono giunti fino a noi, erano basati sui precedenti del mondo classico greco-romano, proprio come la contemporanea scuola islamica. Ma in pratica, i mappaemundi occidentali sembrano sottomessi a una rappresentazione ideale dell'ordine cosmico secondo l'universo cristiano medioevale, piuttosto che tesi a rappresentare il mondo realisticamente, e dimostrano una profonda ignoranza dell'Oceano Indiano, come di fatto di ogni regione del mondo a Est di Gerusalemme (3). Altrettanto si può dire dell'altro tipo di mappa europea medioevale, la tecnicamente più sofisticata carta portolana. Sebbene di grafica squisitamente pratica e di ovvia utilità per la navigazione,
3: D.Woodward, "Medieval Mappaemundi", in J.B.Harley and D.Woodward, eds., The History of Cartography Volume One: Cartography in Prehistoric, Ancient and Medieval Europe and the Mediterranean (Chicago: University of Chicago Press, 1987), pp.286–370.
4: T.Campbell, "Portulan Charts from the Late 13th Century to 1500", in Harley and Woodward, History of Cartography, pp.371–447.
i portolani sono al tempo stesso ancor più circoscritti geograficamente di quanto non lo siano le mappaemundi, evitando ogni tentativo di descrivere il mondo al di fuori dei confini familiari dell'Europa e del bacino del Mediterraneo (4). Nel complesso, le carte portolane e le mappaemundi sono testimonianze grafiche della caratteristica condizione della civiltà occidentale durante questo periodo: isolata e tendente a guardare solo al proprio interno.
A cavallo del XV sec., tuttavia, sembra esserci stato un cambiamento piuttosto drammatico nell'orientamento fino ad allora parrocchiale dei geografi europei. Le più antica prova di questo cambiamento è la comparsa nel Mediterraneo Occidentale del primo "Atlante Catalano" -- un nuovo tipo di rappresentazione cartografica, fortemente influenzata dalla scuola araba, nella quale l'Asia, l'Africa e l'Oceano Indiano iniziano a profilarsi in una forma in qualche modo realista e riconoscibile (5). Nel frattempo, altri studiosi europei, specialmente in Italia, stavano cominciando sempre più ad impegnarsi nell'agenda intellettuale dell'umanesimo rinascimentale, quel movimento culturale che si adoperò per il progresso delle conoscenze attraverso la riscoperta di testi del mondo antico.
5: G.R.Crone, Maps and their Makers: An Introduction to the History of Cartography (London: Hutchinson’s, 1964), pp.39–46.
E' probabile che l'umanesimo abbia avuto una certa influenza nel trasformare la visione occidentale del mondo, spianando la strada per una piena reintroduzione della geografia tolemaica.
Nello specifico, il famoso umanista fiorentino Palla Strozzi portò a Firenze da Costantinopoli la prima versione conosciuta della Geographia di Tolomeo nell'anno 1400. Col suo incoraggiamento e con l'ausilio dello studioso bizantino Manuele Chrisoloro, Jacopo Angeli da Scarperia portò a termine nel 1406 una traduzione in latino del testo, cui seguirono pochi anni dopo anche le mappe. A metà del secolo, non meno di quattro distinti gruppi di cartografi erano impegnati a moltiplicare le copie della Geographia e delle sue sue mappe, e nel 1477 una di queste versioni divenne la prima mappa ad essere pubblicata come silografia (6).
6: Ibid., pp.68–75.
7: Sezgin, Contribution of the Arab-Islamic Geographers, pp.40-46.
Nel decennio successivo furono stampate e diffuse in tutta Europa migliaia di copie delle mappe di Tolomeo, e il prestigio e l'autorità di questi testi classici era tale nelle menti degli umanisti che ben presto superarono e soppiantarono tutte le "vecchie" varianti (7).
Dunque a cavallo del XV sec. la conoscenza geografica in Occidente si trovava in uno stato da un lato dinamico dall'altro curiosamente regressivo. I riscoperti testi classici sui quali gli studiosi europei si basavano costituivano un progresso effettivo rispetto alle mappaemundi ereditate dal loro passato
8: Vedi R.Finlay, "Crisis and Crusade in the Mediterranean: Venice, Portugal and the Cape Route to India (1498–1509)", Studi Veneziani 28 (1994): 45–90; anche J. Le Goff, "The Medieval West and the Indian Ocean: An Oneiric Horizon", in A.Pagden, ed., Facing Each Other: The World’s Perception of Europe and Europe’s Perception of the World (Burlington: Ashgate/Variorum, 2000), pp.1–19.
medioevale. Eppure allo stesso tempo i presunti testi dello "stato dell'arte" erano vecchi di più di mille anni.Sebbene nei secoli trascorsi avessero subito innumerevoli revisioni, migliorie e aggiunte da parte degli studiosi attivi nel mondo islamico, gli occidentali continuavano, nel loro entusiasmo per i testi originali, ad ignorare questi progressi. Il risultato fu che l'insieme delle conoscenze geografiche al quale la tradizione europea aveva accesso alla vigilia dell'età delle esplorazioni, era largamente inferiore alla sua controparte islamica, specialmente per quanto riguarda l'Oceano Indiano (8).

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Ignoranza ottomana della geografia islamica

All'interno di questo schema, dove dobbiamo collocare gli Ottomani? Data la superiorità di massima della scuola islamica, si è generalmente ammesso che gli Ottomani, in quanto rappresentanti di uno stato destinato a diventare l'Impero Islamico per eccellenza dell'era moderna, debbano naturalmente esser stati da sempre ben informati sui traguardi raggiunti dai geografi islamici (9). Comunque, vista la quasi totale

9: Vedi ad esempio M.G.S.Hodgson, Rethinking World History: Essays on europe, Islam and World History (Cambridge: Cambridge University Press, 1993), p.203.
10: A oggi l'unico studio paleografico rigoroso di un testo geografico ottomano è la ricerca di Pinto su un gruppo di sette copie ottomane della fine del XV sec. del Kit_ab al-mas_alik wa-l-mam_alik di Istakhri. Vedi K.Pinto Ways of Seeing 3: Scenarios of the World in the Medieval Cartographic Imagination (PhD diss., Columbia University, 2002), pp.56-118.
assenza di studi dettagliati sull'argomento, tale asserzione resta priva di qualsiasi prova empirica. Per essere precisi, opere antiche di geografia islamica non mancano affatto nelle biblioteche e nelle raccolte di manoscritti di Istanbul. Alcune di esse, effettivamente, sono talmente antiche che precedono di almeno qualche secolo la fondazione dello stato ottomano. Eppure finché non sapremo qualcosa di più su questi manoscritti e sulle circostanze in cui furono acquisiti, quanti di essi fossero realmente disponibili per gli studiosi ottomani nel XIV e XV sec. e quanti invece furono più tardi presi dalle provincie arabe dopo le conquiste del Cinquecento, rimane una questione aperta (10).
Per il momento quello che possiamo dire con sicurezza è che, almeno per quanto riguarda l'Oceano Indiano, gli Ottomani avevano decisamente poca familiarità con il rilevante corpus islamico. Uno spoglio degli inventari delle principali raccolte di manoscritti ottomani mostra che un sorprendente numero di opere islamiche sull'argomento, opere ben note e di ampia circolazione, erano
11: Vi sono due cataloghi principali delle maggiori opere geografiche islamiche accessibili agli ottomani: Cevdet Türkay, Istanbul Kütüphanelerinde Osmanlilar Devrine Ait Türkçe-Arapça-Farsça Yazma ve Basma Cografya Eserleri Bibliografyasi (Istanbul, 1958); e Ekmeleddin Ihsanoglu, Osmanli Cografya Literatürü Tarihi (Istanbul, 2000). Non esistono simili guide per le raccolte di mappe ottomane. Per una rassegna si veda Ahmet Karamustafa, "Military, Administrative and Scholarly Maps and Plans of the Ottomans", in Harley and Woodward, History of Cartography, pp.209–227.
completamente sconosciute nei circoli dei dotti ottomani prima del XVI sec. (11). Non c'è una sola prova in una qualunque raccolta ottomana, per esempio, che prima del XVI sec. amanuensi ottomani abbiano copiato alcuna delle più importanti narrazioni di viaggi o itinerari. Sembra inoltre estremamente inverosimile che un qualunque ottomano del periodo abbia mai letto i resoconti trecenteschi di Ibn Battuta, sebbene questo famoso autore sia forse l'unico ad aver visitato sia l'India che le terre ottomane nel corso dei suoi lunghi viaggi (12). Similmente, sebbene Marco Polo e i successivi esploratori portoghesi abbiano esaminato carte nautiche dell'Oceano Indiano disegnate da navigatori musulmani locali, non abbiano prove che qualcuna di queste mappe abbia mai raggiunto Istanbul (13).
12: A Istanbul si trovano ben pochi manoscritti dei viaggi di Ibn Battuta, e e nessuno di essi è databile al XIV o al XV sec.. Vedi il catalogo di Türkay per un elenco dei manoscritti.
13: Vedi G.R.Tibbetts, "The Role of Charts in Islamic Navigation in the Indian Ocean", in Harley and Woodwad, History of Cartography, pp.256-262.
14: A.Adnan Adivar, Osmanli Türklerinde Ilim, 6th printing (Istanbul: Remzi Kitabevi, 2000), p.29.
Di fatto, dell'intero corpus geografico dell'islam classico c'è solo una manciata di opere che possiamo concludere siano state abbondantemente copiate e dunque circolarono fra gli studiosi ottomani prima del XVI sec.; fra queste, la più popolare fu di gran lunga la fantasiosa cosmografia di Zakariyya al-Kazvini, `A_g_a'ib al-ma_hl_uq_at (Le meraviglie della creazione) (14). Al contrario Ibn Majid, il marinaio arabo contemporaneo di Vasco de Gama, ci racconta di aver consultato più di quaranta diverse opere per la compilazione della sua guida alla navigazione dell'Oceano Indiano (15). Forse non è una sorpresa che anche il suo testo fosse sconosciuto agli ottomani fino al 1560.
15: G.R.Tibbetts, Arab Navigation in the Indian Ocean Before the Coming of the Portuguese, Being a Translation of the Kitab al-Fawa’id fi Usul al-Bahr wa’l-qawa’id of Ahmad b. Majid al-Najdi (London: Royal Asiatic Society of Great Britain and Ireland, 1981)
. 16: Ihsanoglu, Osmanli Cografya Literatürü, pp.1–13.

Ulteriori prove di questa tendenza si possono desumere misurando la percentuale di testi rilevanti che furono tradotti dal persiano e dall'arabo in turco, un metro importante dell'ampiezza di pubblico che una data opera era in grado di raggiungere. Qui infatti le cifre sono implacabili: in tutto il XIV sec. si riscontra una sola traduzione di questo genere; nel XV sec. appena due; e tutte e tre sono traduzioni dello stesso libro: il su menzionato `A_g_a'ib al-ma_hl_uq_at di al-Kazvini (16).
Così, nonostante la mancanza di ricerche specifiche su questo tema, tutte gli indizi disponibili portano a un'unica conclusione: ad eccezione forse di qualche ristretto circolo di studiosi di medrese, gli Ottomani non avevano teoricamente accesso alle conoscenze geografiche islamiche sull'Oceano Indiano prima del XVI sec.
D'altro canto, i dotti dell'Impero sembrano invece essere ben informati sui più recenti progressi della geografia europea, dato che le mappe anteriori al XVI sec custodite nelle collezioni ottomane sono, quasi senza eccezione, dei tipi che sono caratteristici della contemporanea produzione europea: carte portolane,
17: Istanbul, Topkapi Saray Müzesi Kütüphanesi, G.I.27.
18: M. Destombes, "Fragments of Two Medieval World Maps at the Topkapi Saray Library", Imago Mundi 18 (1964): 234–244.
19. Adivar, Osmanli Türklerinde Ilim, pp. 34–37.
inclusa una del maestro maiorchino Johannes de Villadestes (17); mappamondi in stile catalano, compreso un frammento di un'opera molto antica datata intorno al 1370 (18); anche alcune versioni della Geographia di Tolomeo. Di quest'ultima, l'esempio più antico è un manoscritto bizantino non datato dal quale lo studioso George Amirutzes di Trabzon ultimò una traduzione in arabo per ordine del Sultano Mehmet II nel 1465 -- pochi anni dopo che in Europa cominciò ad apparire la prima edizione a stampa delle Geographia (19). Una traduzione successiva, datata al 1481 e che include trenta mappe a colori, è di fatto una copia dell'edizione italiana a stampa dell'umanista fiorentino Francesco Berlinghieri, recante per di più una dedica personale dello stesso autore al Sultano Mehmet (20).
20: Adivar, Osmanli Türklerinde Ilim, pp. 34–37.

In breve, alla vigilia della grande "Età delle Esplorazioni" del XVI sec. l'Impero Ottomano si trovava in una posizione singolare. Uno stato islamico in procinto di intraprendere una serie di conquiste che lo avrebbero portato per la prima volta in contatto con le civiltà musulmane dell'Oceano Indiano , si trovava tuttavia ad ignorare quasi totalmente entrambe queste civiltà così come le opere islamiche ad esse dedicate. Nel frattempo, gli studiosi ottomani si tenevano molto ben informati sui nuovi progressi della tradizione geografica occidentale che, malgrado il suo dinamismo, restava altrettanto ignorante del resto del mondo. Come vedremo, questo insolito orientamento avrebbe costituito un modello anche per il XVI sec., dal momento che gli orizzonti culturali e intellettuali dell'Occidente e dell'Impero Ottomano continuarono ad espandersi e svilupparsi in tandem.

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Le conquiste di Selim il Crudele

La scoperta dell'Oceano Indiano da parte degli ottomani cominciò in maniera più seria all'inizio del XVI sec., coincidendo praticamente con il regno del grande Sultano Selim il Crudele. Continuando una tradizione ottomana che risaliva almeno ai tempi di suo nonno Mehmet il Conquistatore, Selim era un avido collezionista di mappe e testi geografici, e durante il suo regno incoraggiò gli studiosi locali, andando comunque in cerca delle più recenti produzioni dell'Europa Occidentale. A differenza di suo nonno, comunque, Selim maturò un gusto particolare per le opere riguardanti il mondo al di fuori dei confini del Mediterraneo -- indice probabilmente della sua sfrenata ambizione politica. Esempi della sua collezione personale includono un mappamondo (non più esistente) fattosi fare personalmente da una bottega veneziana (21), ma anche un Hitayname, , il racconto di prima mano di un viaggio in Cina scritto dal mercante ottomano Ali Akbar (22).

21: Antonio Fabris, "The Ottoman Mappa Mundi of Hajji Ahmed of Tunis", Arab Historical Review for Ottoman Studies 7–8 (1993): 33.
22: Vedi Lin Yih-Min, "A Comparative and Critical Study of Ali Akbar’s Khitaynama with References to Chinese Sources", Central Asiatic Journal 27, n. 1–2 (1983): 58–78.
Di gran lunga il più importante geografo ottomano che emerge sotto il patronato di Selim, comunque, fu il capitano del Mediterraneo Piri Reis, che è classificato ancor oggi fra i più rispettati e riconosciuti dotti ottomani dell'intera età moderna.
Il planisfero di Piri Reis del 1513, il suo primo lavoro conosciuto nonché quello che ha attirato maggiore attenzione fra gli studiosi contemporanei, ci è giunto solo in forma frammentaria e la parte comprendente l'Oceano Indiano sfortunatamente non esiste più. Non di meno, la relazione fra la creazione di questa mappa e la prospettiva della successiva espansione ottomana nell'Oceano Indiano è esplicita, dal momento che fu presentata dal suo autore al Sultano proprio al Cairo, poche settimane dopo la trionfante conquista dell'Egitto mamelucco da parte di Selim. Resoconti diplomatici rivelano che conseguentemente a ciò, Sultan Selim intavolò dei negoziati con lo Shah Muzaffar II del Gujarat a proposito di un attacco congiunto contro i portoghesi di Goa (23), il che ha portato almeno uno studioso moderno ad ipotizzare che la parte mancante della mappa possa essere stata intenzionalmente estrapolata, in modo che Selim potesse farne miglior uso nella pianificazione delle future campagne militari nell'Oceano Indiano (24).
23: J.-L. Bacqué-Grammont, "Une Lettre de Qâsim Širvân à Muzaffer Šâh du Gujarat: Les Premièr Relations des Ottomans avec l’Inde", in R. Vesely and E. Gambar, eds., Zafarname Memorial Volume of Felix Tauer (Prague: Enigma, 1996), pp. 35–49.
24: Michael M. Mazzaoui, "Global Policies of Sultan Selim 1512 – 1520", in D. Little, ed., Essays on Islamic Civilization Presented to Niyazi Berkes, (Leiden: Brill, 1976), pp. 224–243.

Tali piani, seppure esistettero, morirono col sultano nel 1520, ma Piri Reis avrebbe continuato il suo lavoro sotto l'egida del potente Ibrahim Pascià, gran vizir sotto il figlio di Selim, Suleyman in Magnifico . Nel 1526 Piri Reis ultimò un'edizione ampliata del suo atlante del Mediterraneo, il Kitab-i Bah riye (Libro della marineria), la cui introduzione costituisce il primo testo in turco ottomano contenente informazioni specifiche e dettagliate sia sulla geografia dell'Oceano Indiano che sulle più recenti tecniche di navigazione degli esploratori occidentali (25). Basata su una combinazione di fonti occidentali e islamiche, composta in versi rimati e scritta in un linguaggio chiaro e facilmente comprensibile, l'introduzione al Kitab-i Bah riye sembra soprattutto destinata a comunicare a un pubblico più ampio l'entusiasmo intellettuale che lo stesso autore provò nei confronti delle nuove scoperte nell'Oceano Indiano.
25: Piri Reis, Kitab-i Bah riye, 4 vols. (Ankara: Ministry of Tourism and Culture of the Turkish Republic, 1988).
26: Ibid., 1:43.
Riferendosi al suo primo planisfero, per esempio, Piri Reis scrive: "prima di questo, io ... facevo mappe nelle quali riuscivo a mostrare il doppio delle cose che di solito si trovano nelle mappe dei nostri tempi, avendo utilizzato nuove mappe dei mari cinesi e indiani che nessuno in terra ottomana ha fino ad ora mai visto o conosciuto. Allo stesso modo, le informazioni qui presentate non sono che un riassunto." (26).
Sia nel complesso che singolarmente, i lavori di Piri Reis sono dei veri capolavori della geografia ottomana. Ma, al di là della loro ovvia originalità, sono anche in linea con una ormai ben consolidata tradizione della scuola ottomana. La grande apertura di Piri Reis nei confronti della geografia occidentale non è infatti una cosa straordinaria, come invece alcuni studi contemporanei hanno tentato di dimostrare; e non è neanche vero che egli fosse stato in qualche modo messo da parte dall'"establishment conservatore ottomano" a causa dell'originalità delle sue idee (27).
27: Vedi ad esempio, Svat Soucek, "Piri Reis and Ottoman Discovery of the Great Discoveries", Studia Islamica 79 (1994): 121-142.
Come si è visto, le opere di Piri Reis erano sostanzialmente commissionate nientemeno che dai sultani o dai gran vizir, e non vi era nulla di innovativo nel suo uso delle fonti europee. La differenza principale fra Piri Reis e i suoi predecessori va ricercata non nell'origine occidentale delle sue fonti, ma piuttosto nell'ampiezza di vedute e nell'accuratezza delle informazione che quelle fonti potevano offrire.
Effettivamente, gli atlanti e le mappe di Piri Reis erano solo una parte delle numerose opere che in quegli stessi anni, grazie agli sforzi del gran vizir Ibrahim Pascià, erano a disposizione degli ottomani. Un esempio similare, oggi nella collezione di mappe del Topkapi di Istanbul, è la carta della circumnavigazione del globo di Magellano che è stata identificata come una copia realizzata fra il 1522 e il 1524 dal cartografo ufficiale della corte portoghese, Pedro Reinel, della sua originale mappa del 1519. Questa eccezionale opera contiene la prima menzione delle scoperte fatte da Magellano nell'emisfero occidentale, le informazioni più aggiornate dei viaggi portoghesi in Africa Orientale e nell'Asia Sudorientale, ed è considerato il più antico esempio di proiezione polare equidistante di una mappa terrestre, una tecnica che venne attuata solo negli anni '60 del XVI sec. (28).
28: Marcel Destombes, "The Chart of Magellan", Imago Mundi 12 (1955): 65-88.

Un documento del genere normalmente sarebbe stato considerato dalle autorità portoghesi un prezioso segreto di stato, da tenere sotto chiave negli archivi della Casa da India. La sua acquisizione da parte degli Ottomani costituì dunque un importante traguardo, senza dubbio il risultato di un epico romanzo di spionaggio internazionale, sul quale per altro noi non sappiamo quasi nulla. Tutto quello che possiamo dire è che Ibrahim Pascià, il cui vivo interesse per la geografia e la cartografia veniva spesso ricordato dai diplomatici stranieri , ne fu sicuramente coinvolto (29). Pur essendo una semplice speculazione, lo scenario più plausibile è che Ibrahim Pascià acquistò la mappa attraverso intermediari veneziani e forse con l'aiuto del geografo veneto Pigafetta, che aveva partecipato personalmente alla spedizione di Magellano e sappiamo rientrato in Italia intorno al 1524 (30). Come Pigafetta abbia a sua volta potuto entrare in possesso della mappa, comunque, rimane ancora un mistero.
29: Sull'interesse di Ibrahim Pascià per la geografia, vedi Nicolas Vatin "Sur Quelques Propos Géeographiques d'Ibrahim Pacha, Grand Vezir de Soliman le Magnifique (1533)", in J.-L. Bacqué-Grammont and E. Vand Dunzel, eds., Comité Internationale d'études Pré-ottomans et Ottomans, VIth Symposium, Cambridge 1st-4th of July 1984 (Istanbul: CIEPO, 1987), p.323.
30: Destombes, "Chart of Magellan, p.88.

Ancora un importante contributo che Ibrahim Pascià diede alla geografia ottomana, fu quello di resuscitare la carriera di Selman Reis, un corsaro ottomano che aveva guidato l'ultima spedizione navale mamelucca verso l'Oceano Indiano nel 1515. In seguito alla conquista ottomana dell'Egitto, Sultan Selim ordinò l'arresto di Selman per aver servito una potenza nemica, ed era ancora ufficialmente in disgrazia alcuni anni dopo (sebbene sembra fosse stato fisicamente rilasciato dal suo confino dopo la morte di Selim nel 1520). Fortunatamente per la carriera del corsaro, Ibrahim Pascià intuì che l'esperienza di Selman gli conferiva una qualifica eccezionale per ottenere informazioni sulla situazione corrente dell'Oceano Indiano. Così ordinò a Selman di andare a Jedda per indagare sull'ormai derelitta flotta mamelucca colà ancorata e riportare un inventario delle navi disponibili nonché una consulenza su come le si potesse rimettere in uso al meglio (31).
Questo resoconto, presentato da Selman negli anni successivi, è diverso da tutti i precedenti documenti Ottomani sull'Oceano Indiano, in quanto è basato, almeno in parte, su esperienze di prima mano di viaggiatori nella negione (32).
31: La fonte principale per la carriera di Selman Reis è la seicentesca cronaca di Kütbeddin Mekki, che verrà ampiamente discussa oltre.
32: Vedi Salih Özbaran,, "A Turkish Report on the Red Sea and the Portuguese in the Indian Ocean (1525)", Arabian Studies 4 (1978): 81-88.
Pur essendo conciso (106 righe di testo), descrive in dettaglio tutte le principali aree del litorale dell'Oceano Indiano, dalla Costa Swahili, l'Etiopia e lo Yemen dino al subcontinente e l'arcipelago indonesiano, includendo stime sulla forze delle guarnigioni militari portoghesi a Hormuz, Goa e Malacca. Inoltre prende accuratamente nota delle risorse economiche delle diverse aree, del loro livello tecnologico in generale e del grado di difficoltà che le forze ottomane incontrerebbero nel conquistarle -- il tutto in uno stile sorprendentemente analogo a quello dei contemporanei resoconti delle scoperte occidentali. Un esempio classico è la sua descrizione dell'Etiopia, che riecheggia, sia nel tono che nel contenuto, i resoconti dei viaggiatori europei nel Nuovo Mondo dello stesso identico periodo. "La capitale della provincia di Abissinia" scrive "è chiamata Bab al-Muluk, e gli infedeli sono scalzi o semi-scalzi, con archi di legno e scudi fatti di pelle di elefante. Ciononostante questa gente riesce a dominare quel paese perché nessuno riesce a far loro resistenza. Dio ne sa di più, ma io dico che sarebbe facile prendere non solo la città detta Tabara [sul Nilo] con appena mille uomini ... ma anche l'intera provincia." (33).
33: Ibid., p.86.

Il resoconto di Selman include alcune raccomandazioni sulla futura politica imperiale, anticipando l'occupazione militare dello Yemen e della Costa Swahili, così come dell'Etiopia, e suggerendo che le roccaforti portoghesi di Hormuz, Goa e Malacca erano tutte vulnerabili e dunque potevano essere considerate obbiettivi militari. Sfortunatamente, non abbiamo dati specifici su come questo resoconto fu accolto dai superiori di Selman, ma è un fatto che nelle decadi successive gli Ottomani cercarono di mettere in pratica quasi tutte le raccomandazioni politiche in esso contenute. Il testo di Selman è dunque la cosa più vicina che abbiamo a un piano programmatico per la successiva espansione ottomana nell'Oceano Indiano. Con la consegna di questo documento, l'Età delle Scoperte ottomana è ormai cominciata.

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La scuola ottomana dell'Oceano Indiano

Il quarto di secolo successivo, dal 1525 al 1550, fu testimone di un'espansione rapida e quasi continua lungo il litorale nordoccidentale dell'Oceano Indiano. Le campagne militari annoverano la conquista di Aden, Mocha, Basra e le coste del Sudan e dell'Eritrea; la distruzione della fortezza portoghese a Masqat; infine, sebbene con minor successo, assedi a Bahrain, Hormuz e alla roccaforte portoghese di Diu nell'India nordoccidentale (34).

34: Vedi Salih Özbaran, "Osmanli Imperatorlugu ve Hindistan Yolu: Onaltinci Yüzyilda Ticaret Yollari Üzerinde Türk-Portekiz Rekabet ve liskileri", Tarih Dergisi 31 (March 1977): 66–146.
Verso la fine degli anni '50 però le grandi campagne terminarono, e fra gli Ottomani e i loro nuovi vicini portoghesi si arrivò a una sorta di quieta convivenza. E dal momento che la pace porta maggiori opportunità di commercio e di esplorazione, una nuova generazione di studiosi ottomani rivolse la sua attenzione all'Oceano Indiano come non avevano mai fatto prima. Anche se il patronato imperiale continuò a svolgere un certo ruolo in questo processo, è significativo che il suo peso fu superato dalla nascita di un ampio e genuino interesse fra le classi intellettuali ottomane, curiose per ciò che per loro era un'area del mondo completamente nuova e sconosciuta.
Fra tutti i lavori apparsi in questo periodo, le mappe mostrano un'ovvia influenza europea. Ma nonostante l'ispirazione grafica occidentale, i cartografi ottomani sono attenti ad adattare i modelli importati alle loro esigenze specifiche. La mappa splendidamente disegnata da El-Hajj Ebu al-Hasan, per esempio, è sostanzialmente una versione araba di una carta in tipico stile portolano occidentale, ma con una sorprendente innovazione: il margine inferiore è stato ampliato per mostrare le coste dell'Africa nella loro interezza, andando a comprendere il Capo di Buona Speranza, il Madagascar e la Costa Swahili meridionale (35). Tuttavia, al fine di rientrare nei tradizionali contorni di un portolano, la forma del continente africano è stata significativamente distorta: il Corno d'Africa è troncato e molti dei toponimi meticolosamente denominati lungo le coste sono difficili da identificare e probabilmente inventati.
35: Topkapi Sarayi Müzesi Kütüphanesi, H.1822.
Chiaramente di scarsa utilità come guida per la navigazione, la carta serve piuttosto per scopi didattici: dimostrare visivamente l'apertura del mondo mediterraneo e l'esistenza di una nuova conoscenza geografica circa la circumnavigabilità dell'Africa che le forme cartografiche tradizionali erano inadeguate ad esprimere.
I cartografi ottomani posteriori sembrano aver preso a cuore questa lezione producendo mappe completamente nuove che abbandonano totalmente le vecchie forme. Uno di questi casi, l'anonimo e di recente scoperta Atlas-i-Hum_ay_un (1570 circa), presenta una carta concettualmente simile a quella di el-Hajj Ebu al-Hasan, ma non compressa nelle dimensioni del modello di portolano standard. Usando un nuovo orientamento e una proiezione più sofisticata, e al tempo stesso salvaguardando l'ingombrante sistema dei toponimi caratteristico dei portolani, riesce a rappresentare sia il Mediterraneo che la Penisola Araba, l'angolo nordoccidentale dell'Oceano Indiano e la metà setttentrionale dell'Africa in una singola immagine, appena minimamente distorta (36). Sulla stessa falsariga, il Deniz Atlasi di Walters, grossomodo contemporaneo del precedente,
36: Thomas Goodrich, "Atlas-i Hümayun: A Sixteenth-Century Ottoman Maritime Atlas Discovered in 1984", Archivium Ottomanicum 10 (1985): 84–101.
37: Thomas Goodrich, "The Earliest Ottoman Maritime Atlas: The Walters Deniz Atlasi", Archivium Ottomanicum 11 (1986): 25–44.
include una proiezione dell'Oceano Indiano nella sua interezza, prima mappa ottomana conosciuta concentrata esclusivamente su questa area (37). Ancora più interessante è il fatto che entrambe le mappe si trovano in volumi rilegati che altrove sembrano essere copie dirette di un nuovo genere di atlante del Mediterraneo molto popolare, sviluppato nella metà del XVI sec. in Italia. L'inserimento di queste mappe originali dell'Oceano Indiano, assenti nelle edizioni italiane, testimoniano della speciale importanza che questa nuova regione rivestiva per gli acquirenti di mappe sul mercato ottomano.
Cotemporaneamente, a tali adattamenti della più recente cartografia occidentale si accompagnarono, in numero ancora maggiore, opere ispirate dalla geografia tradizionale islamica. In certi casi queste rimandano a semplici traduzioni in turco di testi importanti quali il Mas_alik wa-l-mam_alik (Le vie e i regni) di Istakhri o del Qan_un al-dunya (La regola del mondo) di Ibn Zunbul, precedentemente disponibile soltanto in arabo. Altri testi comunque, come lo Evz ah’ül-Mesalik fi Ma‘rifeti’l-Buldan ve’l-Memalik (La localizzazione delle vie per la conoscenza dei paesi e dei regni) di Sipahizade Mehmet, o il Manazirü’l-‘Avalim (I punti di vantaggio dei mondi) di Mehmet Asik , possono eessere classificati come sintesi originali
38: Adivar, Osmanli Türklerinde Ilim, pp. 93–94.
39: TW.D.C. Randles, "La diffusion dans l’Europe du XVIe siècle des connaissances géographiques dues aux découvertes portugaises", in La Découverte, Le Portugal et L’Europe - Actes du Colloque de Paris les 26, 27 et 28 mai 1988 (Paris: Fondation Calouste Gulbenkian, 1990), pp. 269–278.
della geografia islamica classica, ma ridisegnate con un occhio alle esigenze particolari del crescente pubblico ottomano (38). Anche in questo contesto, la scuola ottomana dimostra alcuni paralleli con gli spiluppi che si hanno in Europa, dato che fu in questo stesso periodo che gli studiosi europei cominciarono a pubblicare compilazioni sistematiche della nuova conoscenza geografica risultante dalle scoperte (39). E' abbastanza sorprendente come i sistemi che gli europei escogitarono per organizzare queste informazioni furono ispirati, proprio come le nuove opere di sintesi ottomane, da esempi della geografia islamica classica. L'intraprendente editore veneziano Giovanni Battista Ramusio, per esempio, è apertamente citato per aver adottato il metodo geografico arabo di catalogazione delle informazioni, che egli descrive nella prefazione al suo famoso Navigationi come un "ordine veramente bellissimo" (40).
40: Citato in Justin Stagl, "The Methodising of Travel in the 16th Century: A Tale of the Three Cities", in Anthony Pagden, ed., Facing Each Other: The World's Perception of Europe and Europe's Perception of the World (Nurlington: Ashgate Publishinf 2000), p. 147.
41: Mu.hammad ibn A.hmad al-Nahraw_al_i, al-Barq al-Yamani f_i al-fat.h al-`U_tmani, ed. :Hamd _Gasir (Riyad: D_ar al-Yam_ama li-l-ba.h_t wa-l-tar_gama wa-l-na_sr, 1967); nel XVII sec., il testo arabo fu tradotto in turco ottomano col il titolo Ahbaru'l-Yemani, Istanbul, Süleymaniye Ktp., Aya Sofya 3091.
Infine lo sviluppo di legami economici e diplomatici diretti fra gli Ottomani e l'Oceano Indiano alimentò la produzione di numerose opere non basate su precedenti occidentali o islamici, ma piuttosto su notizie accumulate attraverso le esperienze ottomane di prima mano. La prima di queste opere è sicuramente al-Barq al-Yamani f_i al-fat.h al-`U_tmani (La spada dello Yemen nella conquista ottomana), una storia in forma narrativa della penetrazione ottomana in Yemen, Mar Rosso e Mare Arabico completata nel 1580 (41). Attribuito al noto religioso Kutbeddin Mekki (alias al-Nahrawali), figlio di un musulmano immigrato dal Gujarat intimamente addentrato nell'universo politico dell'Oceano Indiano occidentale, l'opera rimane fino ai giorni nostri il più esaustivo racconto dei successi dei comandanti militari e navali ottomani nell'area. Analoga rilevanza detiene il monumentale Münse’at-i Selatin (Gli scritti dei Sultani), ultimato nel 1575 da Feridun Bey, allora capo della cancelleria ottomana (42). E' un enorme compendio di documenti primari importanti per vari aspetti della storia ottomana, ma anche il primo che include copie letterali di tutta la corrispondenza diplomatica intercorsa fra i sultani ottomani e i leaders politici di tutto l'Oceano indiano, compresi gli imperatori Moghul e i sultani del Gujarat.
42: Feridun Bey, Mecmu‘a-yi Münse’at-i Selatin, 2 vols., (Istanbul, AH 1264/AD 1847).
43: Joseph Matuz, L'ouvrage de Seyfi Çelebi, (paris: Librairie A.Maisonneuve, 1968).

Di fianco a questi consistenti volumi, firmati da ufficiali ottomani con accesso privilegiato a documenti governativi, emersero anche svariati trattati più popolari, basati su resoconti verbali di mercanti e viaggiatori. Nel 1582, ad esempio, il dotto Seydi Çelebi compose una breve geografia storica dell'India, nonché una descrizione dei più importanti regnanti dell'epoca del subcontinente, Ceylon e Sumatra (43). Ancora degno di nota è il I‘lamu’l-‘Ibad fi A‘lami’l-Bilad (Proclamazione delle pietre miliari dei paesi), una curiosa operetta che elenca semplicemente una lista delle 100 più importanti città fra il Marocco e la Cina, dando le loro coordinate geografiche e la distanza da Istanbul. Nella sua introduzione l'autore fornisce una eccellente, seppur aneddotica, illustrazione della generale atmosfera culturale nel quale questa ed altre simili opere furono scritte. "Fra la gente comune" scrive "il numero di giorni o mesi che si impiega per viaggiare da Istanbul alle varie città del mondo è diventato un popolare argomento di discussione, e anche se alcune delle cose che si dicono sulla questione sono corrette,
44: Topkapi Saray Müzesi Kütüphanesi, K.893, f.91a.
si sa che sono in gran parte falsità, dal momento che certa gente è incline a esagerare intenzionalmente le distanze, mentre altri semplicemente se le inventano di sana pianta" (44). L'autore, come spiega, scrive proprio per mettere un punto fermo su questo importante argomento di discussione del suo tempo.



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La narrativa di viaggio ottomana sull'Oceano Indiano

Dato questo ambiente culturale, ci si aspetterebbe naturalmente di trovare un buon numero di racconti di viaggio di prima mano sull'Oceano Indiano accanto agli altri generi di opere fin qui discussi. E' frustrante invece che sia vero il contrario, sebbene in alcuni casi abbiamo prove sicure che una narrativa di viaggio a firma di autori ottomani sia esistita ma non ci è arrivata. Ci sono ad esempio alcuni riferimenti tardi a un racconto del mercante Ahmed b. Ibrahim al-Tokadi del suo viaggio in India negli anni '80 del XVI sec., anche se non sono state trovate copie del testo originale (45).

45: Ihsanoglu, Osmanli Cografya Literatürü, pp.72–73.
46: Cengiz Orhonlu, "XVI. Asirin Ilk Yarisinda Kizildeniz Sahillerin’de Osmanlilar", Tarih Dergisi 16 (July 1961): 14.
Parimenti si sa che il dotto Fethullah Arif Çelebi ha scritto una narrazione della spedizione di Hadim Suleyman in Gujarat, intitolata Sefername-i Süleyman (Il libro di viaggio di Suleyman), del quale non è sopravissuta nessuna copia (46). Frequenti riferimenti nel Mühimme Defterleri (Registro degli affari importanti) dell'Archivio di Stato Ottomano indicano chiaramente che gli ufficiali imperiali delle province di frontiera, quali Basra o lo Yemen, si tenevano informati sugli eventi attraverso contatti nella comunità viaggiante dei mercanti e inviavano regolarmente dei resoconti delle loro scoperte al governo centrale. Disgraziatamente anche questi rapporti sembrano essere scomparsi nel corso dei secoli.
Tuttavia, nei pochi casi in cui narrazioni di viaggio sono sopravissute, si ha consistente prova del fatto che ci troviamo di fronte a dei testi fra i più interessanti dell'epoca. Per lo meno uno di questi racconti ci è pervenuto indirettamente, in una lettera scritta da Costantinopoli nel 1562 all'ambasciatore austriaco Ogier Ghiselin de Busbecq. Egli ricorda di aver conversato con "un turco errante che aveva attraversato quasi tutto l'Oriente, dove era entrato incontatto con viaggiatori portoghesi; dacché, carezzato dal desiderio di vitare la città e il regno di Cathay, si unì a dei mercanti che stavano per partire in quella direzione" (47).
47: E. S. Forster, ed. and trans., The Turkish Letters of Ogier Ghiselin de Busbecq, Imperial Ambassador at Constantinople 1554–1562 (Oxford: Clarendon, 1968), pp.205–207.
Sfortunatamente Busbecq manca di fornirci un qualsiasi dettaglio specifico su questa esperienza individuale nell'Oceano Indiano, ma comunque dedica alcune pagine alla descrizione del suo viaggio in Cina, una regione sulla quale gli Europei dell'epoca avevano ben poche notizie di prima mano. Così facendo, i suoi scritti sono utili a ricordarci che la trasmissione di informazioni sulle scoperte fra l'Europa Occidentale e l'Impero Ottomano non era una questione a senso unico.
Un esempio ancor più interessante di narrativa di viaggio ottomana conservata indirettamente si trova nei registri diplomatici degli archivi del Topkapi Saray. Il documento in questione è una lettera scritta dal Governatore Musulmano Indipendente di Aceh (Sumatra Settentrionale) -- una titolatura altisonante che probabilmente spiega come abbia potuto sopravvivere fino ai nostri giorni -- al Sultano Suleyman il Magnifico.
48: Per l'analisi, la trascrizione completa e la traduzione di questo testo vedi Giancarlo Casale, "His Majesty’s Servant Lutfi: The career of a previously unknown sixteenth- century Ottoman envoy to Sumatra based on an account of his travels from the Topkapi Palace Archives," Turcica 37 (2005): 43–81.
In ogni caso una lettura attenta del testo rivela che si tratta di fatto del lavoro di un oscuro viaggiatore ottomano, noto solo come "Lutfi il servitore di Sua Mestà" (Lütfibendeleri), che pare aver fatto un viaggio da Istanbul a Sumatra e ritorno fra il 1563 e il 1566 (48). Fra l'altro contiene una dettagliata descrizione geografica ed etnografica dell'arcipelago delle Maldive; una rassegna degli orientamenti politici delle più importanti potenze militari ed economiche nell'Oceano Indiano; una valutazione della forza militare portoghese nella regione, oltre a una descrizione delle prove e delle tribolazioni che lo stesso autore subì durante il suo viaggio. Inoltre fa esplicito riferimento a diversi altri agenti ottomani residenti a Aceh o altrove nell'area, mostrando così che Lutfi non era un viaggiatore isolato, ma faceva parte di un più ampio movimento di persone, beni e idee. Con un po' di fortuna, ulteriori ricerche nelle biblioteche e negli archivi di Istanbul potrebbero svelare notizie più dettagliate su viaggiatori e avventurieri ottomani di questo tipo.
Infine, nessuna discussione sulla letteratura di viaggio ottomana della fine del XVI sec. sarebbe completa senza una menzione della carriera e delle opere di Seydi Ali Reis. Rampollo di una distinta famiglia di marinai ottomani, capo di un arsenale a Galata, esperto di matematica, astronomia e navigazione celeste, discreto uomo di lettere e poeta riconosciuto, Seydi Ali fu anche il protagonista di una delle più incredibili avventure di viaggio del suo tempo. Inviato inizialmente dal Sultano Suleyman per prendere il comando della flotta imperiale a Basra e portarla in salvo a Suez attraverso il Mare Arabico e il Mar Rosso, Seydi Ali durante il viaggio cadde in un'imboscata di uno squadrone portoghese , fu colto da una feroce tempesta e naufragò fortunosamente sulle coste nordoccidentali dell'India.
49: A.Vambery, ed. and trans., The Travels and Adventures of sidi Ali Reis in India, Afghanistan, Central Asia and Persia During the Years 1553-1556 (London: Lanzac, 1899).
50: M.Guadefroy-Demombynes, "Les Sources Arabes du Muhit Turc", Journal Asiatique, 2nd series, 20 (1912): 347–350.
Una volta distrutta la sua nave, di propose di tornare a Istanbul via terra attraversando l'Afghanistan, l'Uzbekistan e l'Iran, e al suo ritorno scrisse la narrazione del suo viaggio, il famoso Mir'atü'l- Memalik (Lo specchio dei paesi) (49).
Nel corso del suo viaggio Seydi Ali raccolse anche del materiale per un manuale di navigazione, il Kitabu’l-Muhit (libro dell'oceano). Basato su un insieme di esperienze personali, interviste dirette con navigatori locali, nonché un gran numero di opere coeve in arabo precedentemente sconosciute agli Ottomani (50), il Muhit e il suo autore sono forse l'esempio più emblematico dei traguardi raggiunti da una eccezionale generazione di studiosi ottomani. Nello spazio di pochi decenni questi uomini sono passati da uno stato di quasi totale ignoranza del mondo dell'Oceano Indiano a una familiare dimestichezza, frutto sia di un'estesa esperienza diretta che di una sostanziosa indagine intellettuale.

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Conclusioni: gli Ottomani e l'età delle scoperte

Dal momento che l'obiettivo di questa breve rassegna è quello di sottolineare le somiglianze nello sviluppo della letteratura sulle scoperte ottomana ed europea, bisogna spendere almeno una parola sulle caratteristiche della scuola ottomana che più profondamente la distinguono dalla sua controparte occidentale: il non aver adottato la stampa. Può forse sorprendere, ma la resistenza ottomana all'uso della stampa ha influenzato negativamente la produzione culturale dell'Impero soltanto marginalmente nel corso del XVI sec., tuttavia col tempo la sua assenza si sarebbe fatta sentire in misura sempre maggiore:

51: Ihsanoglu, Osmanli Cografya Literatürü, p.lxxiv.
nel XVII sec. mentre i numero di nuove opere in Europa continuò a crescere in misura esponenziale, la produzione ottomana di letteratura di scoperte sembra in realtà cominciare ad assottigliarsi (51). Personalità isolate come gli studiosi Çelebi e Ebubekir al-Dimiski furono ancora in grado di dare importanti contributi alla materia. Ma in generale, gli enormi costi legati alla copia dei manoscritti, insieme alla impossibilità di produrre "testi standard" identici, possibili sono con la stampa, sembrano aver seriamente ostacolato le capacità ottomane di migliorare in maniera collettiva il loro "stato dell'arte". Ancora sul finire del XIX sec. i cosmografi islamici medievali, come al-Kazvini, erano le autorità più popolari e geograficamente più diffuse in tutto l'Impero Ottomano.
L'esperienza ottomana dunque sembrerebbe fornire una prova considerevole della famosa "tesi di Eisenstein", che attribuisce alla tecnologia della stampa la chiave della trasformazione del Rinascimento in un movimento autosufficiente che fu categoricamente diverso dai periodi i fermento intellettuale che ebbero luogo in altri tempi e in altri luoghi (52).
52: E.Eisenstein, The Printing Press as an Agent of Change: Communications and Cultural Transformation in Early Modern Europe, 2 vols. (Cambridge: Cambridge University Press, 1979).
D'altro canto, si dovrebbe resistere alla tentazione di associare in maniera troppo stretta la stampa alla "Civiltà Occidentale", dal momento che anche all'interno dell'Europa Occidentale l'applicazione delle tecniche di stampa non fu assolutamente uniforme. I Portoghesi del XVI sec., per esempio, erano limitati dal carattere amanuense della loro produzione culturale almeno quanto lo erano gli Ottomani, e anche i maggiori contributi dei geografi portoghesi, quali l'Esmeraldo di Duarte Pacheco, i rutters di João de Castro e il Livro da Marinharia di João de Lisboa, non furono mai pubblicati a stampa. Le poche opere portoghesi che apparvero a stampa, compreso il Livro de Duarte Barbosa e la Suma Oriental di Tomé Pires, furono
53: V.Magelhães-Godinho, "The Portuguese 'Carreira da India' 1497–1810", in J.Bruijn and F.Gaastra, eds., Ships, Sailors and Spices: East India Companies and their Shipping in the 16th, 17th, and 18th Centuries (Amsterdam: NEHA, 1993), p. 36.
54: Sulla pubblicazione della carta di Tnuslu Hajji Ahmed vedi Fabris, "Ottoman Mappa Mundi", pp.32-33; sul Bustan fi ‘Aca’ibi’l-Arz ve’l-Buldan vedi O.Pinto, "Una rarissima opera araba stampata a Roma nel 1585", in Studi Bibliografici: atti del convegno dedicato alla storia del libro italiano nel V centenario dell'introduzione dell'arte tipografica in Italia, Bolzano, 7-8- ottobre 1965 (Firenze: L.S.Olschki, 1967), pp.47-51.
pubblicati non in Portogallo, bensì in Italia, proprio come certi lavori ottomani, come ad esempio l'atlante di Tunuslu Hajji Ahmed e al-Bustan fi ‘Aca’ibi’l-Arz ve’l-Buldan di Salamis b. Gündogdu al-Salihi, che furono pubblicati a Venezia (54).
In questo senso, forme il modo migliore per capire lo sviluppo della letterature delle scoperte ottomana è quello di vederla come facente parte di una più ampia e trans-mediterranea "divisione intellettuale del lavoro". Gli argomenti dei giovani e vigorosi stati delle frontiere, inclusi l'Impero Ottomano, il Portogallo e la Spagna, viaggiarono fisicamente per i quattro angoli della terra e ritornarono con le informazioni sui i posti visitati; separatamente, l'onere di compilare, organizzare e pubblicare queste informazioni fu lasciato ai centri tecnologicamente più avanzati dell'Italia e dei Paesi Bassi. Tale visione implicherebbe che "l'Età delle Esplorazioni" non può essere compresa concentrandosi solo sulla visione ristretta di uno sviluppo intellettuale interno all'Europa Occidentale in sé. Da un punto di vista sia intellettuale che fisico, la "scoperta" fu un processo i cui limiti andarono ben al di là dei tradizionali confini della Civiltà Occidentale.

Giancarlo Casale
traduzione di Daniele Mascitelli, revisione di Giuseppe Cossuto
(In questa traduzione sono stati adattati al sistema di traslitterazione in uso su www.islamistica.com unicamente i titoli delle opere arabe)

05/feb/2008

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Si raccolgono, come in una cartella, schede, bibliografie e appunti sulla storia dell'islam nell'Oceano indiano, un'area del mondo e un periodo storico spesso poco conosciuti ma fondamentali nelle dinamiche storiche di epoca medievale, moderna e, in una certa misura, contemporanea...
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Leggi questo articolo in inglese (presentato originariamente alla conferenza Seascapes, Littoral Cultures, and Trans-Oceanic Exchanges, February 12 through 15, 2003), pubblicato on-line su www.historycooperative.org