I rapporti di un certo numero di Stati e di comunità non musulmane vennero regolati dagli Ottomani, durante i vari secoli di dominio splendore e decadenza dell’Impero, sulla base di trattati particolari, dedotti dall’elaborazione ottomana della tradizione giuridica arabo-islamica, denominati in arabo `ahdnâme e designati negli atti in lingua latina attraverso termini quali foedera, pacta e pactiones.
Questi trattati permisero a Stati quali Ragusa, Moldavia, Valacchia e Transilvania di un’autonomia territoriale sia de facto che de jure, con alcune limitazioni che poco influirono sul proprio rapporto d’ "indipendenza controllata".
Rispetto agli altri Paesi dell’area balcanica i principati rumeni di Valacchia e Moldavia non sono stati incorporati dall’Impero ottomano ma i loro rapporti con il potente stato turco-musulmano sono stati regolati sulla base di tali trattati.
Mihai Maxim, che si occupa da più di trent’anni del soggetto in questione, li inscrive nel solco della tradizione arabo-musulmana. Prendendo spunto dalla sua considerazione metodologica per la quale “bisogna partire dai documenti per le conclusioni e non fare l’inverso” (triste abitudine odierna, che con l’orientalismo positivo ha poco a che spartire) si cercherà in questo breve articolo di delineare la struttura e la funzione dei suddetti ‘ahdnâme specialmente per ciò che concerne l’Europa orientale.
Le terre rumene vennero quindi inserite dagli Ottomani, in quanto terre tributarie abitate da cristiani, nel dâr-al`ahd (Terra della Pace) e beneficiarono in cambio, almeno per iscritto, del `ahd ve âmân, ovvero della pace e della protezione. L’indipendenza degli stati rumeni garantiva la non costruzione di edifici di culto musulmani sui territori moldo-valaccchi, l’assenza di guarnigioni militari ottomane, il divieto per i musulmani di stanziarsi sul territorio. Inoltre, i Rumeni potevano scegliersi un proprio principe, che comunque sarebbe stato in seguito confermato (o deposto) dalla Porta.
Certamente gli stati rumeni potevano mantenere propri eserciti, possedere una propria amministrazione e, soprattutto avere una propria politica estera. Quest’ultima garanzia ha costretto i regnanti moldo-valacchi a districarsi tra le pretese territoriali dei potenti stati contigui (in special modo Polonia, Khanato di Crimea, ed in seguito, Russia) e alla Porta di disinteressarsi dei problemi interni delle terre rumene e nondimeno dei problemi provenienti dall’esterno (invasioni, razzie, ecc.) con la motivazione della non appartenenza territoriale delle terre rumene all’Impero quando gli Ottomani non volevano essere implicati in affari che potevano distoglierli da altri interessi (tanto il tributo dovuto doveva essere pagato comunque).
Ma la legge del più forte faceva si che i diritti garantiti ai Rumeni venissero non poche volte calpestati dagli Ottomani a seconda della necessità. Infatti ad esempio Petru Rares di Moldavia (1527-46 d.C.) fu costretto ad accettare dei giannizzeri ottomani come proprie “guardie del corpo” e la presa e l’occupazione ottomana delle fiorenti città commerciali di Kilia ed Akkerman (dalla Moldavia considerate sotto la propria giuristizione), così come la costruzione della fortezza di Bender stanno a testimoniare, abbastanza visibilmente, lo stato di forzata dipendenza di Stati soltanto sulla carta indipendenti come quelli rumeni. A volte capitava persino che gli Stati rumeni dovessero “risarcire” l’Impero per degli avvenimenti che si verificavano al di fuori della propria volontà o del proprio territorio. Infatti in un ordine del sultano Selim II del dicembre 1567 viene intimato alla Valacchia di pagare ben 7.000 ducati per compensare le perdite subite dal fisco ottomano a causa della fuga verso il territorio nord danubiano di alcuni sudditi (Acad. RPR, doc. ottomano II/110). Allo stesso tempo, almeno dal periodo Mehmet II in poi, incaricati commerciali ottomani (in special modo zimmi ma anche musulmani) risiedevano stabilmente nelle terre rumene, certamente in chiara violazione delle clausole dei trattati, ma al tempo stesso, aggiungerei, dando dimostrazione di elasticità e praticità, almeno in campo commerciale, dell’élite politica moldo-valacca.
Il pagamento del tributo (haraç) per mantenere questa indipendenza era pagato annualmente e la sua variabilità dipendeva da diversi fattori, non ultimo quello del rapporto di forze tra Impero ottomano, Moldavia e Valacchia. L’haraç quindi, essendo un tipo di tributo pagato dalla Valacchia e dalla Moldavia a scadenza regolare è quello che possiamo meglio stabilire e dal quale possiamo ricavare i dati più attendibili.
L’haraç pagato della Moldavia parte nel 1456 e anche questo sembra essere una donazione agli Ottomani per impedire loro (o ai di questi alleati) di predare il territorio moldavo.
Tra gli altri obblighi più antichi vi erano i peschesuri, chiara derivazione rumena del termine ottomano peskesler, ovvero i “regali” che i sottoposti dovevano fare all’imperatore, usanza questa che successivamente venne estesa anche in occasione della presa di potere di grandi dignitari ottomani.
Altre obbligazioni variabili pagate dai principati sono conosciute sotto diversi nomi (istira, mubaya, makayese) e rappresentano la vendita forzata di beni di consumo vario ad un prezzo stabilito dai funzionari della Porta (celep). Questi funzionari fungevano più che altro da intermediari e grazie a questo commercio accumularono ingenti fortune a scapito dei signori moldo-valacchi, che a loro volta impoverivano il popolo, pressoché unica fonte di rendita per gli Stati rumeni. Questo genere di obbligazione si rendeva ancora più dura in periodo di guerra. La “tassa di guerra” nota come sürsat zehiresi era riscossa allo stesso modo della istira e, dato il frequente numero di guerre, il suo peso nelle disastrate economie rumene era considerevole.
Un dato basilare che non bisogna assolutamente dimenticare è che l’Impero ottomano è stato un’entità amministrativa organizzata teocraticamente. Giocoforza anche lo statuto di `ahd trova il proprio modello ideale nell’atto accordato da Muhammad nel 632 d.C. alle piccole strutture cristiane del Najiran, in un epoca in cui il Profeta aveva bisogno di alleati o, perlomeno, di regolare il rapporto tra lo stato islamico e i suoi soggetti non-musulmani. Già quindi nel Corano (ad esempio nella sura IX, Della Conversione, versetto 29, relativo al pagamento della cizye):
“Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il Suo Messaggero han dichiarato illecito, e coloro, fra quelli a cui fu data la Scrittura, che non s’attengono alla Religione della Verità. Combatteteli finché non paghino il tributo uno per uno, umiliati.” (Si utilizza la traduzione del Corano a cura di Alessandro Bausani, BUR, Milano, 1988, p. 135).
Gli Ottomani tennero anche conto di varie “sistematizzazioni” elaborate in buona parte nel IX secolo ma attribuite al tempo del secondo califfo ‘Umar ibn el-Khattâb (634-644d.C.) e per questo conosciute come “ordinanze” o “prescrizioni di ‘Umar”.
Partendo dalle sopracitate basi, lungo i secoli, i giuristi musulmani hanno raggruppato gli “obblighi” dei zîmmi (ovvero dei “protetti” in uno stato islamico) in due categorie: sei “obblighi assolutamente necessari” e “sei “desiderabili”.
Secondo gli “obblighi assolutamente necessari” gli zîmmi dovevano:
1) Se erano maschi adulti, liberi e sani pagare la cizye, suddivisa in tre gradi a seconda della ricchezza del protetto o, secondo la pratica locale, l’imposta fondiaria ovvero lo haraç (rm. haradj), il quantum del quale si fissa in rapporto con il valore e la qualità del suolo (haradj wazîfa) oppure con il tipo di coltura o l’abbondanza di raccolto (haradj mukasama);
2-4) Manifestare una attitudine piena di rispetto per la fede e le pratiche musulmane, per il Profeta ed il Corano, per la vita e le proprietà dei musulmani;
5) Non intrattenere rapporti sessuali e, soprattutto, non sposarsi con donne musulmane;
6) Non aiutare in nessun modo i nemici dell’Islam, per gli harbî (da qui l’interdizione ad esportare “articoli strategici”, quali cavalli, armi, ecc. nel dar al-harb), non accordare loro asilo, non divulgare i segreti dello stato islamico, ecc..
Gli “obblighi desiderabili” il rispetto dei quali dipendeva dall’epoca e dalla società, erano le seguenti:
1) Nelle relazioni commerciali con i musulmani, i zîmmi non dovevano vendere vino, esercitare l’usura, non dovevano bere vino e mangiare carne di porco in pubblico, ovvero in presenza di musulmani;
2) Per poter meglio essere distinti dai musulmani dovevano portare taluni segni speciali ben visibili (ad esempio un segno giallo, ecc.) sui vestiti;
3) Non cavalcare altri animali se non asini o muli, senza sella, e senza portare armi;
4) Non costruire case più alte di quelle dei musulmani, o eguali;
5) Non costruire luoghi religiosi in presenza di abitazioni musulmane e che preghiere e campane non diano noia ai musulmani;
6) Non seppellire i morti nelle vicinanze dei quartieri musulmani.
Naturalmente ogni differente struttura politica musulmana adattò questi obblighi alla propria situazione specifica, accordando o restringendo privilegi ai propri protetti. Ad esempio, in Egitto, durante il periodo mamelucco nel 1483-84 ai pellegrini cristiani era permesso portare le armi ma non potevano cavalcare alcun animale.
Gli Ottomani ereditarono le proprie concezioni riguardo i “protetti” dalle esperienze e dagli adattamenti al sistema shariatico elaborati precedentemente dai Selgiuchidi (specialmente sotto u Grandi Selgiuchidi) e dagli Ilkhanidi, quindi mediando l’Islam di raffinate forme persiane con la propria tradizione di tolleranza, accettazione ed indifferenza religiosa turco-mongola.
L’estrema tolleranza in materia religiosa dei Turchi, influenzata dalla lex principis tradizionale turco-mongola (töre, yasa) ha modificato e adattato, in taluni casi, il diritto musulmano riguardo lo statuto dei zîmmi. Ad esempio il compito del monarca “ideale” turco, secondo il Kutagdu Bilig (Scienza sulla felicità, redatto nel 1069 d.C. in ambiente già islamizzato) è di garantire la prosperità di tutti i propri sudditi in egual maniera e ciò, almeno teoricamente, certamente difficilmente può conciliarsi con un sistema teocratico che vuole dei cittadini privilegiati rispetto a degli altri.
E’ ben nota la tolleranza religiosa presso i Selgiuchidi, sia a livello delle classi egemoni che non disdegnavano ad esempio matrimoni con cristiane che continuavano a professare il loro credo, che nella massa subalterna, formata principalmente da nomadi o seminomadi oguz, indifferenti alle imposizioni della legge canonica islamica.
Gli Ilkhanidi, anch’essi di tarda islamizzazione proseguirono la tradizione di tolleranza (o di indifferente curiosità?) turco-mongola verso le varie credenze religiose. Fu sotto il sovrano Ghazan Khan (1295-1304) che gli Ilkhanidi cominciarono ad islamizzarsi. Sempre durante il regno di questo sovrano si verificò la fusione tra gli elementi tipicamente guerrieri e militari della società tradizionale turco-mongola con la tradizione burocratica e amministrativa iranica, caratterizzata da una rigorosa presenza di funzionari, dal controllo attento delle finanze e da un governo centralizzato, il tutto armonizzato (o in via di armonizzazione) dalla Legge islamica.
L’Impero ottomano si presentò come una forza accentratrice e centralizzatrice, a differenza del precedente Impero selgiuchide che fu al contrario una larga confederazione di tipo turco di principati semi-indipendenti sui quali il sultano esercitava un’autorità puramente nominale (ritroveremo questa stessa dinamica nei rapporti tra il khan girayde e le aristocrazie tribali che reggono il Khanato di Crimea qualche secolo più tardi).
Resisi indipendenti dagli Ilkhanidi intorno al 1330-1335, fu a costoro che gli Ottomani si ispirarono per il proprio modello di Stato, adottando dapprima con Murad I (1360-1385) e in modo particolare con Bayazyd I, primo sultano e imperatore ottomano, il modello di governo elaborato sotto Ghazan Khan. Con Mehmet II si aggiungerà un nuovo elemento fondamentale costituente l’”eredità dell’Impero ottomano”: la tradizione bizantina. L’ulteriore elemento costitutivo decisivo per la formazione della sintesi ottomana fu la conquista dell’Egitto, sede del Califfato abbaside, e della presa sotto protezione (1517) delle città sante dell’Islam, Mecca e Medina. Con questo atto il sovrano ottomano acquisisce, oltre alle qualifiche e agli obblighi del tradizionale khan turco-mongolo (ovvero della doppia linea turco-islamica selgiuchide e mongolo-iranico-islamica ilkhanide che partono dalla stessa struttura tradizionale) e dell’imperatore romano-bizantino, quella della guida della Comunità musulmana (‘Umma), ovvero di califfo.
A questo punto la contraddizione tra la yasa e la seri’ât, anche a livello del dominio dello stato diviene evidente e carico di conseguenze. Mentre le tradizioni turco-mongole imponevano l’eguaglianza di tutti i sudditi nei confronti dello stato, l’adozione del titolo califfale poneva gli Ottomani in obbligo di privilegiare la propria comunità religiosa.
Per cercare di superare questa empasse presente ma non evidente dagli albori della formazione dello stato ottomano, gli Ottomani, che da almeno da due secoli si proponevano come la punta più avanzata dell’Islam verso il dar al-harb e ora vedevano riconosciuta ufficialmente la propria missione, fecero spesso ricorso alla cosiddetta “legge razionale” (kânûn e örf), teorizzata al tempo di Mehmet II da Tursun Bey.
E’ tramite l’örf ed il kânûn che la volontà del sovrano s’impone, separata dalla seri’ât, nell’esercito, attraverso la creazione del tribunale militare (kazaskerlik) e nel campo fiscale, monetario e doganale, attraverso l’emissione di leggi (kânûn) e codici legislativi (Kânunnâme) speciali. Per ciò che concerne l’attitudine dello stato riguardo i sudditi-contribuenti, questa era dettata, dato l’elevato numero di non musulmani nell’Impero, in primo luogo da interessi economici e non religiosi, come durante il periodo selgiuchide.
In un “Libro di insegnamento” (Kitâb-i Mûstetâb) del XVII sec. vi sono interessanti note al riguardo:
“Quindi quello che è scritto nei libri di storia sono queste tre cose, attraverso le quali il sultanato trae essenza e durata:
1) I sudditi (rm raia; t. re’âyâ; ar. ra’yyet, ovvero, letteralmente il “gregge”. Almeno fino al XVII secolo con questo termine erano indicati soltanto i sudditi contribuenti non musulmani dell’impero, in seguito verrà esteso anche ai musulmani);
2) Il tesoro;
3) L’esercito;
Poiché è dai sudditi che proviene il tesoro, dal tesoro l’esercito, e con l’armata che si sconfigge il nemico”. (da uno studio di M. Maxim).
Quindi i sudditi devono venire amministrati con benevolenza in quanto sostegno economico dello stato stesso.
Oltre a quanto sinteticamente elencato sopra i sultani ottomani dovettero tener conto, per quanto concerne l’amministrazione dei propri sottoposti non musulmani di altri due importanti fattori. Il primo, già ricordato, è la massiccia presenza all’interno delle proprie frontiere di un gran numero di non musulmani. Un passaggio consistente di costoro all’Islam avrebbe comportato per l’Impero stesso la perdita di non trascurabili rendite (la cizye). Allo stesso tempo, altro fattore non di secondo piano, la presenza, sempre all’interno dell’Impero, a livello delle masse popolari, di forze centrifughe turco-musulmane eterodosse, con le quali l’applicazione stretta delle norme shariatiche poteva provocare sanguinosi tumulti che minavano la solidità dello stato.
La tolleranza ottomana riguardo le differenze religiose ha permesso la creazione di veri e propri “stati nello stato”. Il millet (nazione, in senso religioso e non etnico-linguistico, pl. poco comune, millel) più importante dell’impero, quello dei cristiani greco-ortodossi (millet-i Rum) permettendo alla Chiesa ortodossa di assumere un potere non trascurabile. Le alte gerarchie religiose dei vari millel godevano di esenzioni fiscali e le comunità religiose da loro amministrate poterono mantenere inalterate le proprie strutture gerarchiche. Addirittura al Patriarca di Costantinopoli venivano concessi onori e attributi tipici della tradizione pagana turco-mongola, quali il diritto di fregiarsi del tug ovvero delle code di cavallo, ancestrale simbolo imperiale delle steppe euro-asiatiche.
Il tug era accordato, retaggio della tradizione turco-mongola, tra l’altro, come simbolo di investitura, da parte degli Ottomani ai signori rumeni. Ciò è ben riportato dal d’Ohsson:
“Les marques d’investiture des princes de Valachie et de Moldavie étaient une robe (capanitza) de drap rouge, fourrée de zibeline, un drapeau, et deux toughs, ainsi qu’un bonnet brodé d’or (uskiuf ou couka), semblable à celui des officiers-généraux des Jannissaires, distintion que Bayézid II accorda, en 1497, à Bogdan, prince de Moldavie, pour le récompenser de la valeur qu’il avait montrée dans la guerre contre les Polonais. Les princes actuels, bien que simple gouverneurs, sous les titres de Voyvodes et de Beys, jouissent de ces mêmes prérogatives.”
Oltre che, dettagliatamente, da Kâtip Çelebi (Irsadü’l-hayrân ilâ tarih’i’l-Yunân ve’l Nasâra), che descrive anche la struttura gerarchica dei Moldavi:
“Sultan Bayazid Khan ha conquistato Kilia ed Akkerman; ha nominato un voivoda di Moldavia e ha dato a lui un copricapo rosso (kizil bürk) , un cimiero d’oro, un tamburo (davul) e un cembalo.. La capitale della Moldavia e dei voivoda moldavi è la città chiamata Suceava. Con il passare del tempo è divenuta capitale della Moldavia il borgo di Iasi, che è una grande città, è ha monumenti antichi, palazzi e grandi chiese. Anno per anno invia haraç alla Porta della Felicità (di 56 x 100.000 akçe).Allo stesso modo, al di fuori della somma sopra citata, pagava tasse (virgü) ai vizir, al beylerbey di Rumelia, al Khan tataro e ai dignitari dell’Imperatore [di Costantinopoli]. Come grandi dignitari in questo paese vi erano i boieri ed i logofetzi.. e uomini di riguardo (bellü basli) e la Porta imperiale aveva un capuchehaia (kapikethuda), che prendeva un salario fisso dalla Porta. Quando venivano nominati [i Signori], secondo la legge (kanun), si dava loro più tardi i tug e la bandiera (sancak), e sulla testa si poneva loro un copricapo da çorbaci di feltro rosso (kizil kece)... andavano nella loro terra anche alcuni tra i mercanti della Porta, sotto la loro protezione, e non erano messi in pericolo ne’ la loro vita ne’ la loro merce”.
E, sempre lo stesso autore, più avanti, descrive in dettaglio lo stesso cerimoniale riguardo la seconda intronizzazione di Radu Mihnea (che fu per due volte voivoda: nel 1611-1616 in Valacchia e nel 1616-1619 in Moldavia):
“Il concordato si è effettuato nel divan, e si è giurato sul Vangelo (incil) e sulla croce. In seguito, conformemente all’antico uso, [il voivoda] è stato vestito con una cimiero e con il caffettano (hilat). Con tamburi e cembali è stato intronizzato a Suceava... In seguito è stato nominato Radu”.
L’Impero ottomano non permetteva a Valacchia e Moldavia, per ovvie ragioni di autodifesa, di intrattenere effettivi militari numerosi. Al tempo stesso, però, gli Stati rumeni erano obbligati a servire in armi per gli interessi della Porta con i propri corpi militari.
L’unico testo di atto di `ahdnâme vero e proprio che possediamo relativo a Valacchia e Moldavia è datato al 1479-81 emesso da Mehmet II Fatih a Stefano il Grande di Moldavia (Koca Istefan). Per supplire a questa mancanza ci si dovrà affidare a documenti di altro tipo, intermedi (vedi infra), oppure relativi ad altre situazioni simili ma non identiche (ad esempio la già citata Ragusa).
I motivi per cui esiste una difficoltà relativa al ritrovamento dei documenti riguardanti la Moldavia e la Valacchia sono molteplici. Innanzitutto è da imputarsi al continuo stato di guerra e di degrado dell’amministrazione dei sopra citati voivodati. Per questo la storia degli antenati dei Rumeni attuali si deve ricercare negli archivi di altri Stati, in particolare la Turchia.
Esistono numerosi casi in cui i signori rumeni che fuggivano in altre terre (e questo accadeva frequentemente data l’instabilità dei voivodati stessi o il cambio di fortuna dei regnanti) portavano con sé tutto il materiale documentario che le proprie cancellerie possedevano. Ad esempio il signore di Moldavia Stefano Petriceicu, fuggendo verso la Polonia nel 1683 portò con se tutti gli atti più importanti della Moldavia, provocandone la dispersione e lo smarrimento di buona parte. Un’altra disastrosa perdita documentaria è avvenuta nel 1686, quando il re di Polonia Sobieski diede ordine di fare un rogo dei vecchi documenti moldavi redatti in ottomano, con la motivazione di eliminare qualsiasi traccia di legame giuridico che poteva in qualche modo legare la Moldavia all’Impero ottomano. Ma questi casi non furono certo unici o limitati all’amministrazione civile. Anche l’amministrazione religiosa ebbe a subire le stesse sventure. Nel 1686 il metropolita ortodosso Dosoftei portò con se in Polonia 396 documenti (probabilmente per salvarle dall’incendio della propria sede metropolitana effettuato dalle truppe polacche). Anche questo corpus subì la dispersione.
In un periodo più tardo, ovvero tra il XVIII e il XIX secolo, un altro elemento si aggiunse alla distruzione del rimanente materiale archivistico rumeno nei confronti della Porta: l’entrata in scena dei Fanarioti, ovvero dell’elemento greco-ortodosso che dominerà per conto degli Ottomani le terre rumene. Interessati alla negazione dei diritti e, soprattutto, dei titoli di proprietà dell’aristocrazia autoctona, i Fanarioti, si occuperanno di impedire rapporti diritti tra i nobili rumeni e l’Imperatore ottomano, filtrando (e bloccando) persino la corrispondenza privata, e interferendo, per gli stessi motivi, negli archivi religiosi.
Le fonti documentarie più importanti per la definizione dello statuto delle Terre rumene nei confronti della Porta, oltre agli `ahdnâme veri e propri, risultano essere gli atti di cancelleria ottomani, conservati nelle grandi collezioni documentarie della Porta, custoditi in buona parte presso l’Archivio Ottomano della Presidenza del Consiglio di Istanbul (Basbakanlik Osmanli Arsivi), ovvero l’archivio del gran visirato dell’epoca ottomana, dove secondo le ultime stime si conservano oltre cento milioni di documenti, principalmente dei seguenti tipi:
Nome collezione Traduzione Mühimme Defterleri Registri degli affari importanti Mühimme Zeyl Defterleri Registri supplementari degli affari importanti Maliyeden Müdevver Defterleri Registri delle disposizioni che vengono emanate dal Ministero delle Finanze Maliye Akkâm Defterleri Registri degli ordini finanziari Divan- i Humâyün Akkâm Defterleri Registri degli ordini emanati dal Divano Imperiale
Si aggiunga a ciò che anche in altre sedi di conservazione di documenti la mole degli atti che potrebbero interessare per la risoluzione del problema è impressionante. Nella sola biblioteca di Santa Sofia, si trovano 55 volumi di fetve comprendenti tra i 26.000 e i 39.000 documenti in arabo e gli Hatt- i humâyün (ovvero i documenti con la firma dell’Imperatore) sono più di 30.000.
Il fatto che in questa enorme massa di documenti si è trovato un solo testo di `ahdnâme per la Moldavia e nessuno per la Valacchia, contrariamente alla copiosità degli atti dello stesso tipo relativi alla Transilvania, ha fatto si che alcuni storici hanno messo in dubbio l’esistenza di un simile trattato tra le Terre rumene e la Sublime Porta.
Lo `ahdnâme, redatto naturalmente in ottomano, avrebbe dovuto essere conservato oltre che negli archivi stambulioti anche negli archivi dei rispettivi Stati rumeni, cosa che fino ad oggi ancora non risulta, dati i problemi sopra descritti.
Per ciò che concerne l’Impero ottomano, il centro amministrativo del quale coincide con la moderna Turchia, anche se la pratica dell’organizzazione dei dati fiscali sotto forma di registri (defter) risale a Bayezid I (1389-1402) o addirittura a Murad I verso il 1362-64, seguendo il modello mongolo-persiano (ilkhanide) di Ghazan Khan (1294-1305), l’obbligo di conservare una copia di qualsivoglia atto è stato introdotto durante la metà del XVI secolo (il più antico registro di Mühimme risale al 1544-45), ovvero ad una data piuttosto tarda per ciò che concerne i primi `ahdnâme relativi alla Moldavia e alla Valacchia.