Contestualizzare l'Oriente: ovvero rendere "orientale" l'ignoto

Note preliminari al "Tacchino parlante" Giancarlo Casale

L'articolo di Giancarlo Casale che pubblichiamo su islamistica.com ha avuto una fortuna incredibile sul web. Circa 200 siti in tutto il mondo lo hanno tradotto in lingua turca. Che un articolo con un soggetto di curiosità filologica e di contatto tra "Oriente" ed "Occidente" abbia avuto questo enorme successo certamente ci fa piacere e dimostra che l'"orientalismo neutro" è ancora capace di produrre argomenti interessanti e non ripetitivi. Di comune accordo associativo si è deciso di proporlo anche in lingua italiana. Questo non per sminuire l'intelligenza dei nostri lettori ma per offrire una sorta di servizio in più.

Devo confessare che sono stato, insieme a tanti altri, compartecipe della preparazione di questo "tacchino turco-americano" simpaticamente elaborato da Giancarlo Casale. Dire che abbiamo passato notti e giorni insieme a ragionare su questi "strani" termini che normalmente usiamo per identificare le cose note, può far sembrare una generazione di orientalisti (la nostra) troppo attenta al lato pratico della ricerca piuttosto che alla "ricerca pura", all'"astrattismo intellettuale" che rende illeggibile (in quanto apportatori di noia e ripetizione canonica) non poche produzioni attuali.

Il "tacchino turco-americano" è quindi, abbastanza "simbolico" del tentativo umano di contestualizzare l'ignoto, il nuovo, con un "probabile" Oriente, ugualmente ignoto eppure "esistente". Il Nuovo Mondo, appunto, diviene "Indie Occidentali", i suoi abitanti "Indiani" e ai primi Europei che impararono a fumare a loro imitazione viene detto "fuma come un Turco".

Questa contestualizzazione raggiunge dei livelli di forza tale da influenzare la ricerca storica e filologica. Mi riferisco al caso eclatante degli Zingari, gli "Egiziani", appunto. Al di fuori di ogni logica scientifica, ma scientificamente, si sono seguite delle impressioni "stabilizzate" tra la fine del XIV ed il XV secolo e questi "Egiziani" devono per forza provenire dall'"India", da dove, essendo nomadi, avrebbero fatto una migrazione centenaria. Si è evitato di controllare i documenti (che eppure esistono, e sono leggibili!!!!) e si è arrivati alla conclusione confermativa dell'errore interpretativo iniziale, quella, insomma, che continua a far girare il Sole intorno alla Terra.

Una decina di anni fa un mio articolo al riguardo ebbe, mio malgrado e nonostante la lingua di minore circolazione (l'italiano), la stessa diffusione sul web di quello di Casale, provocandomi non poche accuse di "eresia" provenienti più da recitatori di dogmi sociologici e pseudo-storici che da studiosi seri e quindi dubitanti. Era un periodo in cui alcuni zingari della ex-Jugoslavia si erano creati una "etnogenesi" ad hoc, che li voleva eredi addirittura dei Faraoni. Avanzavo gli stessi dubbi, mi interrogavo più che altro sulla terminologia usata per definire gli Zingari (bohèmiens, indiani, tatari, turchi, egiziani, ecc.) e cercavo di renderla coincidente con la mentalità che l'aveva isolata per applicarla "a chi" e "perché", e soprattutto "perché" non studiare la materia ab inizio, prendere cioè dei punti di partenza "sicuri", ovvero documentari, differenti dalle elucubrazioni dei dotti rinascimentali?

Tornando al nostro tacchino-turco se ne trovano tracce, intorno al 1610, addirittura nella letteratura inglese. Infatti nella Dodicesima Notte di William Shakespeare, appare proprio sotto il nome di turkey-cook .

Tuttavia i Britannici sono tra i pochi (insieme agli Ungheresi, che pure all'epoca i Turchi li conoscevano bene: "Törökország") a situare il tacchino in Turchia. Tutti gli altri abitanti del Vecchio Mondo (Turchi inclusi, così come i Polacchi) lo fanno provenire dall'India, gli Arabi e gli Ebrei dall'Etiopia, mentre i Tedeschi e gli Scandinavi sono più "precisi", situandolo a Calcutta, sulla costa indiana del Malabar, tra le prime località indiane toccate da Vasco de Gama nel 1498.

Il primo britannico ad introdurre il tacchino "turco-americano" in Gran Bretagna sembra sia stato Sir William Strickland, che navigò con l'italiano Sebastiano Caboto nel 1545 e portò in Inghilterra dal Messico varie gabbie di "uccelli strani e meravigliosi"che iniziò ad allevare a Boynton (nei pressi di Bridlington). Quando ne fece omaggio di uno ad Elisabetta Tudor, costei ne fu talmente entusiasta che insignì la cotta d'armi di Strickland proprio con l'emblema del tacchino.

Ma la confusione odierna sul tacchino "americano" (che ci ricollega sia alla giusta risposta del prof. Tekin a Casale, sia alla localizzazione araba ed ebraica del tacchino in Etiopia), avviene proprio quando viene classificato scientificamente dal grande Linneo. Costui infatti denomina tutte le categorie di tacchino (americano o altro) come meleagris, che altro non è che il nome latino per la gallina faraona (Numida meleagris) conosciuta in Europa fin dai tempi dei Romani e nota in inglese come "guinea fowl", ovvero "uccello di Guinea"!!!

Il tacchino "americano" non sfugge quindi, a tutta la confusione sull''Oriente" tipica delle speculazioni intellettuali del Rinascimento, proprio come gli "Zingari", i "Turchi", ecc.

Altra curiosità è la localizzazione "Peru" che sembra sia usata dagli Indiani (d'India, finalmente!!!), proprio perché il tacchino non è originario del Perù (come non lo è dell'India), ma alcuni indiani, probabilmente a contatto con i Portoghesi (i primi europei ad avere presenza consolidata in India) presero da costoro il nome, di quello "strano uccello orientale".

Ancora più strana e curiosa è la denominazione in lingua rumena, ovvero "curcan", che si potrebbe far risalire all'ottomano "kurk", ovvero alla "chioccia". Il "kurk" però ha però ha anche forte assonanza, nella stessa lingua, con "gurk", che il Redhouse traduce come "turkey cock", ovvero "tacchino maschio". Ma il "gurk" ottomano è anche il "gallo" che ritroviamo nel Codex Cumanicus.

Per ciò che concerne il "tacchino" in italiano, non ho risposte, e quella data dal Devoto-Oli, ovvero "piccolo tacco" non mi convince. Non mi convince soprattutto perché, nelle favelle popolari ritroviamo il "dindio" (in veneziano) il "gallerineo" (gallo d'India, in napoletano), il "pitum" (in piemontese, "grosso pollo"). Allo stesso modo non ho risposte per la denominazione del tacchino in genovese: "bibbin", nel mio dialetto d'origine: "wic" (con "c" dolce") per il maschio e "wiccia" per la femmina.

La domanda che ci si pone, quindi, è come mai sia così difficile, per i "professori" smetterla di "professare" e cominciare a "ricercare", a sperimentare, addentrandosi finalmente nel "chiarire" l'"Oriente" alla collettività umana al di fuori delle percezioni? Questo aiuterebbe ad illustrare, nel lungo viaggio affrontato dalle parole lungo i secoli, non solo le "incognite terre" d'Oriente ma anche il nostro piccolo orticello domestico.

L'articolo di Casale può aiutare a sviluppare un metodo di ricerca utilizzabile da tutti: controllare le indicazioni sulle etichette delle parole che più comunemente utilizziamo riferite all'"Oriente", che molto spesso nascondono la storia delle paure e dell'ignoranza degli establishment dei dotti di fronte al "nuovo".

15/dic/2005 10.48

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Per imparare a controllare le indicazioni sulle etichette delle parole che più comunemente utilizziamo riferite all'"Oriente": esse molto spesso nascondono la storia delle paure e dell'ignoranza degli establishment dei dotti di fronte al "nuovo"...
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