La storia dell’italianità, e di conseguenza, dell’Europa, spesso sottace dei resti delle colonie degli Europei in terra d’Islam, dimenticando il contributo basilare che questi nostri antenati hanno dato alle relazioni tra i differenti popoli ed alla conoscenza dettagliata sull’Oriente.
Tuttavia, nonostante gli Europei d’Oriente (del Levante, appunto) siano stati da sempre necessari ai residenti delle rispettive madrepatria, l’epiteto "levantino" viene purtroppo di solito usato per designare una persona infida, untuosa, non corretta, inaffidabile.
Alla base del pregiudizio non ci sono solo episodiche motivazioni storiche ma anche, e soprattutto il senso di diffidenza da parte degli "Europei d’Europa" dei secoli passati verso l’"Oriente", diffidenza che aumenta di conseguenza nei confronti di quegli Europei che hanno avuto il coraggio, o la ventura, di vivere e di nascere dalle "parti degli infedeli".
A voler ritrovare le profonde radici di tanta diffidenza si rischia di inoltrarsi nei millenni passati della costruzione del preconcetto di chi è "rimasto a casa", degli Ellenici di Grecia verso i Greci d’Asia o, ancor meglio (peggio?) dei Romani "d’Occidente" verso appunto i Levantini, quei Romani nati o vissuti ad Antiochia, Pergamo, Smirne e nelle altre metropoli del Mediterraneo orientale che erano così abili nel commerciare nell’ovest dell’Impero e che importarono, oltre a pregiate merci, anche le nuove religioni, quali il mithraismo ed il cristianesimo, che plasmarono l’identità europea dei secoli a venire, con buona pace di chi decanta le "radici cristiane dell’Europa" ad Occidente del Mediterraneo, per poter tenere gli "orientali" al di fuori dell’Unione Europea.
Non è intenzione di questo breve articolo spingersi tanto indietro nel tentare delineare le motivazioni del sospetto nei confronti dei "Levantini". Un "Europeo d’Europa" potrebbe, a ragione obiettare che i "Levantini d’oggi" non sono certo i Troiani di Omero, o gli Efesini ai quali scriveva lettere l’altro levantino Paolo di Tarso. Ma allora chi sono? Visto che da dove vengono, o meglio, provengono è l’"Occidente" europeo e questo è ben chiaro anche ai loro detrattori?
Colonie di Europei occidentali sono sempre esistite sia nel Mediterraneo orientale che sulle coste del Mar Nero. Con il nome collettivo di "Ifrenk" (Franchi) e/o di Latini (e varianti), gli Amalfitani, i Pisani, i Genovesi, i Veneziani, i Catalani commerciavano, spesso combattendo tra di loro, nei territori orientali d’Europa. Nascevano così a scopo commerciale "colonie" latine acquartierate in mezzo a Saraceni e Bizantini. Questi mercanti, tuttavia, avevano uno strettissimo legame con la madrepatria e difficilmente agivano indipendentemente da essa.
La situazione cominciò a modificarsi nei secoli successivi al primo millennio, soprattutto a causa delle Crociate che, come ben si sa, crearono veri e propri Stati cattolici saldamente insediati nei territori orientali. Con la conquista di Costantinopoli da parte dei Latini (1204-1264) l’elemento franco si consolidò ancor di più nei territori appartenuti a Bisanzio, specialmente sulla costa egea dell’attuale Turchia e, quasi contemporaneamente, verso nord, sul Mar Nero, grazie ai benefici commerciali della Pax Mongolica i Latini, specialmente Genovesi e Veneziani, ampliarono i propri scali commerciali, espandendo importanti insediamenti come Caffa (Kefe).
Queste città franche dell’epoca post-mongolica si differenziano nettamente dalle precedenti. La popolazione infatti è generalmente indipendente dallo Stato "ospitante" e, fatto ancora più importante, comincia a sentirsi autonoma anche dalla madrepatria.
L’esempio più eclatante di questa autonomia è Galata, la città franca di matrice genovese di Costantinopoli che, nel 1453, dichiarò la propria "neutralità" mentre gli Ottomani conquistavano con l’appoggio dei marinai franchi degli scali dell’Egeo, la capitale dell’Impero Romano d’Oriente, difesa strenuamente dai Genovesi agli ordini di Giovanni Giustiniani Longo e dai Veneziani di Minotto.
La neutralità di Galata è spiegabile con un atteggiamento cauto da veri e propri "residenti": chiunque avesse vinto, Galata sarebbe rimasta lì dov’era (ed è ancor oggi) ed avrebbe continuato a prosperare. Tuttavia alcuni cittadini di Galata si unirono ai Bizantini di propria volontà ma al di fuori della città franca. E così fu, almeno per Galata, ma molte altre colonie franche scomparirono, "assorbite" dagli Ottomani persero la propria indipendenza nella seconda metà del XV secolo e l’elemento latino vitale che le popolava andò a diminuire fino a scomparire o a divenire irrilevante. Alcune colonie franche, come Imroz, Lemnos e Mitilene (dei Genovesi Gattiluso) continuarono ad esistere, pagando un tributo annuale agli Ottomani.
La scomparsa delle colonie franche nel periodo immediatamente successivo alla conquista di Costantinopoli (d’ora in poi: Istanbul) è stata determinata da diversi fattori, soprattutto di carattere commerciale. Il Mar Nero si avviava a divenire un "lago" ottomano con le porte serrabili sul Bosforo e, inoltre, nel XVI secolo l’insorgenza della Russia e la scoperta dell’America renderanno il commercio molto difficoltoso in quell’area per i Franchi "tradizionali", ovvero gli Italiani.
Tuttavia la più importante colonia franca del Mar Nero, Caffa, cadde a causa della pusillanimità e del tradimento dei notabili deputati alla sua difesa: Giuliano dal Fusto, Battista d'Allegre, Sisto Senturio e Gregorio Rossi la vendettero agli Ottomani, che ne sterminarono la popolazione composta di Franchi di varia origine, di Ebrei, Greci (intendendo con questo nome i cristiano-ortodossi) ed Armeni. Successivamente, rimaste pressoché isolate, andarono ad immiserirsi anche le città franche del Mar Nero occidentale. Donato da Lezze, segretario di Mehmet II il Conquistatore ha descritto vividamente lo strazio di questa ed altre vicende che videro coinvolto l’elemento franco di fronte agli Ottomani.
La sorte di questi levantini del Mar Nero settentrionale fu alquanto differente rispetto a quella degli altri viventi nell’Impero ottomano. Seppur annessa all’Impero nello stesso periodo di Galata, molti Levantini di Caffa si "tatarizzarono", divenendo l’aristocrazia amministrativa della città ottomana, cambiando in buona parte religione ma mantenendo la propria lingua ed il latino e una coscienza delle proprie origini "italiane".
Mehmet II, tuttavia, si considerava erede diretto dell’Impero romano e riconfermò i privilegi commerciali dei quali avevano goduto i Franchi sotto Bisanzio. Per quanto riguarda Galata "neutrale" e le altre città franche, prima di diventare Imperatore, Mehmet II si basò su quanto indicato dalla Legge coranica, sviluppando con le comunità cristiane particolari trattati denominati ‘ahdname che potremmo tradurre come foedera, pacta, e pactiones (su questi argomenti vedi anche: Gli 'ahdnâme (Libri della Pace) ed il dâr al-'ahd (Terre della Pace)) . Questi trattati stabilivano e regolavano i rapporti tra il Sultano e le comunità, le "nazioni", appunto. Le "nazioni" avevano quindi un proprio rappresentante (bailo per i Veneziani, podestà per i Genovesi) e, dal 1538 (ma la data è incerta), l’ambasciatore per i Francesi. I "Franchi" quindi sono tutti "infedeli" e vivono ben separati dai musulmani ma, almeno fino al periodo di Solimano il Magnifico sono obbligati a vestire il kaftan per non addurre scandalo, possono avere le loro Chiese (e Sinagoghe) ma non predicare al di fuori della loro "città". Generalmente si sposano tra di loro, o maritano greche o armene (ma costoro in un periodo più tardo, verso il 1600).
L’utilità dei Levantini nell’Impero ottomano è facilmente intuibile. Costoro assicuravano un punto fermo ed una rete d’assistenza sia agli Stati Europei, sia ai mercanti e ai viaggiatori occidentali, anche se costoro non appartenevano alla medesima "nazione". Le inimicizie tra i rispettivi Stati toccavano poco i residenti occidentali, in quanto gli appartenenti alle differenti "nazioni" finirono per creare una "comunità", accomunata da necessità ed interessi spesso contrastanti con la madrepatria (come nel caso di Galata nel periodo della Conquista).
Una "comunità europea" ante-litteram quindi, con rappresentanti istituzionali differenti ma spesso imparentati tra loro. Giocoforza entrarono a far parte di questa comunità persino gli Ebrei che nello stesso periodo in Occidente venivano sterminati. I Franco, gli Jesorum, i Naon e tanti altri entrano a pieno diritto nel novero delle famiglie veneziane di Pera, pur essendo di religione ebraica. Le sinagoghe si situano a fianco alle chiese cattoliche e queste a quelle riformate. Una micro-Europa dove non si può usare né la spada per imporre la propria credenza, né appiccare roghi: al Sultano non garberebbe, ai residenti non converrebbe. Certo non è una comunità idilliaca, un isola felice nel mare turco. Ma nei confronti dell’Europa "vera e propria" certo si vive più tranquilli e si prospera nonostante le gabelle che i residenti devono versare ai rappresentanti istituzionali, e delle "regalie" che questi ultimi devono fare al Sultano e agli amministratori ottomani. E’ una vita agiata ma ghettizzata.
Generalmente i Levantini hanno domestici e servitori armeni o greci e sono costoro ad occuparsi delle piccole incombenze quotidiane. Per il commercio e per l’amministrazione sono i Levantini stessi ad attingere ad un’educazione di alto livello, che comprende lo studio dell’arabo e dell’ottomano. Furono dapprima i Veneziani, seguiti poi dai Francesi, ad istituire nel Levante un corpo di studenti "giovani de lengua" edotti nella lingua e negli usi turchi. Costoro, i "dragomanni" (tercuman) erano utilissimi in ogni tipo di transazione, sia commerciale che diplomatica.
Le "vecchie nazioni", con l’andare del tempo scomparirono e finirono assimilate alle "nuove". Il caso più caratteristico è quello dei Genovesi di Galata, che persero la "cittadinanza" con la madrepatria e la rappresentanza con il Sultano, venendo assorbiti dai Francesi. La stessa sorte toccò, in seguito, ai Veneziani. Ma, se in circa mezzo millennio di "levantinismo" nell’Impero ottomano, molte cose cambiarono e si modificarono, non si modificò, invero, la "funzione" dei Levantini: quella di privilegiato tramite culturale e commerciale tra"Oriente" e "Occidente". Una funzione che continua ancor oggi, come è dimostrato dal successo in campo sportivo (cito ad esempio Bandini, noto fantino stambuliota) o culturale (come Scognamiglio, esperto di costume e cinematografia). Queste doti dei "Levantini" vengono molto apprezzate in Turchia come altrove, ed è anche grazie a questo tramite umano millenario che l’immagine dell’Italia, e dell’Europa in generale ha acquisito, nel corso dei secoli, un "valore aggiunto" nel Levante mediterraneo e sul Mar Nero.
Certo si avrebbe bisogno di dare il maggior spazio possibile alle vicende della storia "levantina", per aggiungere i dati archivistici alle testimonianze dirette ed alla memorialistica, e costituire così un "percorso storico degli Europei d’Oriente" al fine di preservare il nostro passato. Questo perché la memoria del Levante è la memoria stessa dell’Italia, e quindi dell’Europa, una memoria rappresentata soprattutto da quello che resta dei suoi cittadini in "Terra d’Oriente", nel passato come nel presente. Una memoria che, tristemente, rischia di scomparire anche in Turchia se non si attuano misure radicali di valorizzazione, come è praticamente scomparsa l’identità "franca" di Caffa, di Ragusa, di Castelletto, di Chilia, di La Tana e delle centinaia di colonie sulle isole "greche", sulle coste del Mar Nero e nel Mediterraneo orientale.
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