Tramite questa serie di brevi scritti vorrei focalizzare l'attenzione degli interessati sulle basi, o meglio le fondamenta, dell'"orientalismo" chiarendo altresì la mia posizione personale su ciò che significava, e dovrebbe significare, essere "orientalista", scrollando il costrutto dalle sovrastrutture edificate (ed edificatesi) a vario livello nel corso degli anni.
Delimitare le fondamenta, così come il perimetro della "torre orientalismo", è un'operazione non facile, data oramai le dimensioni raggiunte dall'oggetto, dimensioni esse stesse di difficile misurazione. Cerco di farmi capire, ovvero di comunicare, come avrebbe fatto uno di quegli "orientalisti storici" pre-napoleonici, di quelli cioè non imputabili di "colonialismo" (culturale o politico) ed importatori (palesi o inconsapevoli) di "valori occidentali". Degli orientalisti "positivi", o almeno "neutri", ai quali cerco di fare riferimento nel mio essere e, conseguentemente, nelle mie ricerche (e viceversa). Questo anche perché, nella seppur importante opera di Sa`id credo ci sia un "anti-occidentalismo orientale moderno" a tratti fuorviante e dicotomico che non fa giustizia dell'"orientalismo storico", quello al quale ci si dovrebbe almeno "ispirare" per analizzare le dinamiche oriente-occidente ed occidente-oriente (oltre che oriente-oriente, ecc. ecc.), altrimenti si corre il rischio di scadere nella partigianeria fallaciana (e ce ne vuole: siamo invogliati a perder tempo dietro l'isteria da Hotel Notti d'Arabia a 50 e passa stelle: tristi tempi) o nel relativismo giustificazionista che garantisce ogni aberrazione sull'uomo e sulla donna purché effettuata sotto il nome di sottomissione alle leggi divine (e questo è ancora più patologico, poiché se una costrizione offende la dignità dell'essere umano deve essere combattuta sotto ogni cielo e la stupidità volontaria non va mai difesa, e se è endemica va curata).
Purtroppo, l'Islam che ci si presenta massicciamente nel quotidiano (e non è una percezione solo in "occidente", ma anche una visione diretta in loco) non può dare altra impressione che quella di un malato terminale con piaghe purulente che si consuma su se stesso e/o viene bombardato (ehm...) in qualche parte del suo corpo da agenti esterni. Un "essere" da tenere a distanza, da isolare, da mettere in quarantena almeno fin quando non perda la malattia stessa che lo caratterizza, ovvero il "virus dell'Islam".
Noi, come "orientalisti" veniamo conseguentemente percepiti come dei portatori sani della malattia, e su di noi si applicano le misure profilattiche del caso. Non essendo musulmani o monoteisti d'altra sponda subiamo a nostra volta le stesse quarantene e ci si guarda in bocca per veder se abbiamo tutti i denti sani quando tentiamo di prendere aria dal nostro viziato ambiente. Se è possibile, in questi tempi di fallace ignoranza in doppio petto rifatto e di maleodoranti barbagianni bacchettoni, siamo ancor più temuti dai rispettivi contendenti.
Rifiutando quindi questo ruolo di portatore sano, rivendico (e spero lo facciate anche voi) il mio ruolo di monatto. Ho frequentato cioè l'Islam e non ne sono rimasto infettato e posso tornare nello stesso luogo senza infettarmi mai. Questa mia prerogativa (che non è stata certo indolore: vai a febbri malariche in ogni senso beccate lungo gli anni!!!!) certo non mi rende simpatico ai più (che sanno che le malattie possono prendersele ancora), ma mi permette di esplorare parti del corpo islamico "sane", intendendo per tali quelle che hanno trovato in se stesse gli anticorpi adatti alla propria difesa dagli attacchi dei luoghi comuni e del "sembrare" musulmano tramite prevaricazione, negazione dei diritti umani o lobotizzazione mediatica e/o madrasica.
Queste parti sane dell'islam vi sono state (e vi sono ancora) sotto ogni parallelo, ed uno dei nostri compiti (come "orientalisti") è appunto identificarle e renderle note. E' per questi motivi che è importante in questi tempi in cui sembra essere perso il confine (se mai vi è stato così netto), o meglio il metro di misura per valutare l'"Occidente" e l'"Oriente", gettare lo sguardo su un orientalismo storico poco conosciuto ma che, secoli prima di noi, ha elaborato le stesse "cure" e ha scritto relativi trattati, proprio per essere ancor più capaci di definire il nostro "ruolo" di orientalisti "viventi" l'islam e non andare ad ingrossare le schiere degli "occidentali" romanticheggianti che si parlano addosso con la lacrimuccia sul "bel tempo andato".
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Il primo degli orientalisti storici che vado a presentare è tanto atipico quanto importante (certo si può vivere anche senza conoscere le sue opere, ma lo giudicherei molto limitativo, poiché inscrivibile al "solo" orientalismo a posteriori di Sa`id). Talmente "fiero" della sua origine "orientale" da costruirsi una ascendenza centro-asiatica (o più esattamente, euro-asiatica) ad hoc, tanto da provocare lo scetticismo del suo corrispondente Voltaire, il quale non riusciva a comprendere il perché di tanto desiderio, da parte di un letterato, seppur di origine "orientale", di voler essere appunto quello che era, ovvero "orientale liminale" e quindi "occidentale liminale".
Lo storico in questione è Dimitrie Cantemir (Dimitri Kantemiroglu, per gli Ottomani, 1673-1723), principe moldavo di ascendenza popolare (suo padre, Constantin Cantemir, era uno oscuro serdar dell'Impero ottomano, che ebbe una bella carriera militare ma oscure origini).
Nato in Modavia (Bogdan), in quelle Terre Rumene conosciute dagli Ottomani come Memlektekeyn (I due territori), Cantemir era vassallo ottomano, di religione ortodossa e di famiglia sedicente tatara nogay (le mie ricerche d'archivio hanno dimostrato al contrario, inequivocabilmente, che non vi è nessuna relazione di parentela tra l'umile Constantin, padre di Dimitrie, ed i mirza (emir-zade, figli di emiro, ovvero sangue nobile) tatari che si vantavano (a ragione) di aver assoggettato il mondo conosciuto precedendo le armate di Gengiz Khan).
Come d'abitudine a quei tempi, il giovane Cantemir fu inviato come "ostaggio" (rehin) ad Istanbul, e lì venne educato come si addiceva ad un principe vassallo ottomano in scienze classiche e islamiche (che contenevano, appunto, le prime, ad ulteriore riprova della "romanità" dell'Islam colto e quindi della comune e riconosciuta, all'epoca, "occidentalità" a dispetto di chi vorrebbe i musulmani "orientali" ed i "cristiani" occidentali, come se il cristianesimo fosse originario dell'occidente e l'Impero romano si fosse fermato all'Adriatico), tanto è vero che divenne uno dei maggiori letterati ottomani del suo tempo ed il primo non-musulmano (già "occidentale"? proto-"occidentale"?) a scrivere (tra le mille altre cose) una "Storia dell'ascesa e della decadenza dell'Impero ottomano" basata sui documenti e sull'osservazione diretta dei suoi oggetti di studio.
Prima degli "occidentali" e degli "orientali", quest'uomo proveniente dalla periferia dell'Impero (e degli Imperi) sperimenta un metodo di orientalismo storico che in "Occidente" verrà utilizzato soltanto almeno un secolo dopo la sua morte e che in "Oriente" sarà "importato" (così si dice, così ci dicono, ma allora Cantemir e gli storici ottomani a lui contemporanei? Come direbbe Copernico, valutando il reale e non l'assunto acritico: "L'opinione comune sbaglia!!!!") dagli "occidentali".
Tuttavia la difficoltà di utilizzo di questo metodo, nei nostri tempi bui, è evidente: esso presuppone una conoscenza preliminare della materia ed un distacco scientifico enorme, lascia quindi poco spazio all'interpretazione speculativa, costringe lo studioso ad essere "orientale ed occidentale" nello stesso tempo e a frequentazioni strette dalle "parti degli infedeli" (o meglio, dei fedeli, poiché dubito che un fideista, di ogni origine, possa utilizzare appieno questo metodo avendo già aderito ad una parte considerata giusta a priori ed avendo quindi relegato in secondo piano tutti gli altri possibili modi di vita rispetto al proprio).
Certo Cantemir è stato aiutato in questo, dall'essere moldavo e di aver quindi, preliminarmente, elaborato la sua "latina tatarità", accentuando il suo confronto identitario sia con gli "occidentali" (quali Voltaire), sia con gli "orientali" (i dotti di palazzo ottomani), non rifiutando però l'una o l'altra latitudine, ma integrandole al meglio, svecchiandosi dalle statiche strutture dell'ortodossia greca (così come Voltaire fece con quelle cattoliche).
Ai suoi tempi, la cultura classica occidentale si imparava anche ad Istanbul, e questo è significativo: dovrebbe essere monito per chi vorrebbe (da parte "orientale") ridurre l'islam storico ad un mondo statico ed impermeabile e per chi (da "occidentale") invita a considerare gli "islamici" (senza distinguerne differenze sostanziali), dagli attici degli alberghi di lusso, come dei primitivi ignari (per natura) della "cultura occidentale".
Ma lo sforzo "orientalista" di Cantemir va oltre sé stesso. Con lo stesso metodo utilizzato per descrivere la "religione maomettana" e il "crescere ed il decrescere" dell'Impero ottomano (o più precisamente della "Casa di Othman"), descrive se stesso, la "tatarità" della sua famiglia, la "latinità" dei Moldavi e dei Valacchi ai quali esso appartiene pur volendosi far credere (per motivi dinastici e politici) tataro basandosi sull'omonimia con uno dei più grandi (e misconosciuti) "fautori" di Khan del mondo turco-islamico, Kantemir Mirza.
Descrive gli usi ed i costumi del popolino moldavo e tataro così come è tra i primi a descrivere (e a catalogare) la musica ottomana colta e quella popolare di buona parte dei popoli balcanici, delineando così incontestabili unità di fondo che vanno al di là dei veli odierni.
Un "vero orientalista" quindi, che andrebbe (ri-)scoperto soprattutto "metodologicamente" non solo da "parte occidentale", ma anche, e soprattutto, da "parte orientale" per una completezza ed una capacità di comprensione di uomini ed avvenimenti che non si limiti ad considerare l'"altro" peggiore di sé stesso a causa di preconcetti ed ignoranza.
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Continuando nel parlare degli storici orientalisti che più hanno dato, in termini di costruzione delle fondamenta di quell'edificio dell'orientalismo "neutro" e/o "positivo" e "partecipativo" al quale ci si dovrebbe rifare per "orientarsi", ovvero scegliere una giusta via senza (s)cadere nella dicotomia "oriente-occidente", non ci si può non fermarci a prendere il tè a casa del Conte Jan Potocki e rimanere pensierosi nel visionare le sue opere e nell'interrogarci sulla "sindrome dell'orientalista".
Potocki, infatti, dopo decenni di studi e di viaggi, di archivi e tribù, tornato in Europa cominciò ad alienarsi dall'"essere occidentale", fino a considerarsi un licantropo e costruirsi, lentamente, con un cucchiaino d'argento da tè (appunto) la pallottola che lo ucciderà.
Jan Potocki fu uno di quelli che al giorno d'oggi si chiamerebbero apolidi e che gli Ottomani avrebbero definito, con la sicurezza di chi sa, "franco" per magari apostrofarlo, dietro le spalle, come "gavur". Un europeo occidentale, quindi, nato in Polonia l'otto marzo 1761 ma cresciuto in Svizzera, Austria e Francia.
Incline all'eroismo rivoluzionario si prodigò per l'educazione "illuministica" e raggiunse un alto grado di notorietà, a Varsavia, quando la sorvolò nel 1790 con un pallone aerostatico.
Il suo interesse per l'"Oriente" nasce nell'interrogarsi sulle origini del popolo polacco. A questa impresa si dedicò per anni, cercando di recuperare fonti scritte sia sui polacchi, che sugli slavi in genere, che sui gruppi umani a loro contigui.
Nel 1793 si reca in Russia a porgere in omaggio i suoi studi alla Grande Caterina, la stessa regina che molto farà per affrancare i musulmani di Russia e che considerava l'Islam più "civile e moderno" dell'ortodossia cristiana. Costei lo incoraggerà, entusiasta, a proseguire gli studi.
Lo studio degli slavi lo porterà fino nel Caucaso. Potocki aveva infatti intuito un dato importante: la confluenza culturale. Le culture non sono mai "isolate" e tutte hanno avuto e dato qualcosa in prestito dalle/alle altre. Si formano così dei focolai di irradiazione culturale in taluni luoghi ed in determinati periodi (Spagna "Andalusa", Caucaso, Anatolia).
Dai suoi studi di questo periodo emerge un romanzo "orientalista": "Il Manoscritto trovato a Saragozza", dove fa sfoggio di naturale erudizione. Un "Codice da Vinci" di due secoli fa che si differenzia da questi per la sua esattezza e la sua conoscenza dell'"Oriente".
Gli studi di Potocki prendevano spunto dai suoi viaggi, ed i suoi viaggi si compivano in relazione con i suoi studi. La gioia della scoperta di un documento antico si accompagnavano per lui alla vita tra i nomadi d'Asia o nei villaggi del Caucaso, dove potersi mettere alla prova con la gente del posto.
Salvare da pirati e briganti, a rischio della vita, i libri che lo accompagnavano lungo i viaggi (Strabone, Tolomeo, Erodoto), annotare e disegnare volti, vesti, donne e uomini.
Ma il destino degli orientalisti di allora non è molto dissimile da quello degli odierni. Sebbene le sue opere siano state riconosciute di valore eccezionale ed originale persino dallo Zar di Russia, sebbene le sue scoperte ed osservazioni serviranno da base e fondamenta per gli studi di orientalistica russa, Potocki non ebbe mai un ruolo accademico. La sua frustrazione, dopo decenni di studi e viaggi, lo portò a cercare la "Sapienza fino in Cina". Si spinse quindi fino ai confini del deserto del Gobi (1805-1806) ma non riuscì mai a raggiungere il Paese dei Mandarini.
La sua depressione lo porterà a rinchiudersi nella sua villa, in Polonia, dove cercava di dimostrare la realtà dell'Oriente, con tutto il suo carico di grandezza e di miseria, a chi, per l'"Oriente" nutriva solo illuministico disprezzo o ingenua ammirazione. Pose fine alla sua vita dieci anni più tardi, nella profonda consapevolezza di essere un lupo mannaro che non meritava di vivere.
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L'educazione di de Marsigli fu quella tipica del giovane di alto casato del suo tempo ed il conte venne indirizzato verso la professione militare.Tuttavia il de Marsilii coltivò, anche in forma personale i suoi interessi, in particolare gli studi matematici e la storia naturale.
Il punto di svolta della sua vita avvenne quando la Repubblica di Venezia decise di orientarlo verso Oriente, inviandolo ad Istanbul all'età di ventuno anni.
Nell'Impero ottomano de Marsigli cominciò a prendere descrizioni particolareggiatissime delle forze militari ottomane, dei costumi "turchi", e dell'ambiente naturale del Bosforo Tracio. Queste sue osservazioni naturalistiche vengono ancor oggi considerate tra le prime analisi marine complete dal punto di vista scientifico: correnti, salinità, sedimenti, flora e fauna del Mediterraneo orientale.
Nel 1680 si unì all'imperatore Leopoldo I per combattere gli Ottomani in Europa centrale e, nel 1683, venne ferito e trascinato per centinaia di chilometri dai Tatari verso le loro terre sul Mar Nero occidentale, per essere venduto come schiavo sui mercati pontici.
Per non rinnegare la sua fede cattolica, il de Marsilii, nella sua ventura finirà con l'essere addetto alla macina del caffè presso dei padroni albanesi, dei quali conserverà addirittura un ottimo ricordo. Questa durissima esperienza di vita contribuisce a rendere il naturalista e descrittore scientifico e distaccato anche un esperto dell'animo umano e a vivere l'Islam dal "di dentro", in una condizione di sudditanza estrema, tra il gruppo umano che più incarna gli stereotipi negativi degli "Occidentali": i Tatari.
Le opere del de Marsigli, quindi, acquistano un "valore aggiunto politico". Si schiera a difesa della verità scientifica che è basata sull' osservazione diretta degli uomini 0 e non sui presupposti, analizza il concetto di "dispotismo orientale" e lo demolisce, dimostrando come il sistema ottomano di dominio sia molto più partecipativo di quelli vigenti in Europa occidentale.
Valutando suo "L'Etat militaire de l'Empire Ottoman" (Amsterdam, 1732), il sire di Voltaire (dimenticando la devozione cattolica del de Marsigli) lo prende come base razionalista e scientifica per dimostrare le sue idee ed attaccare coloro che ignoravano l'evidenza: l'Impero ottomano era molto più "liberale" dell'Europa dello stesso periodo.
L'importanza per l'orientalismo "neutro" del de Marsigli non è difficile, quindi, da tracciare: estrema scientificità nelle descrizioni, valutazione comparativa positiva dell'Altro che rimane (con buona pace dell'antropologia a noi contemporanea) con la "A" maiuscola, poiché Marsigli non diverrà mai musulmano né mai rinnegherà la sua "occidentalità" e tuttavia, profonda conoscenza dal "di dentro" dei modi, dei costumi e dei territori "turchi".
Marsigli è un "occidentale" che riesce a penetrare nel profondo dell'"Oriente" e riesce a trovare, in luoghi considerati "barbari" per partito preso, soluzioni di vita migliori per l'"Occidente" stesso che è, e rimane, comunque, un soggetto distinto.
La posizione orientalistica di de Marsigli è quindi radicale: descrizione della realtà orientale al fine di migliorare l'Occidente senza che quest'ultimo perda la propria identità, ma mettendola in discussione in negativo. E non è cosa da poco.
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