Una riflessione di Claude Cahen sulle fonti per lo studio del commercio musulmano nell'Oceano indiano
Nel suo "Le commerce musulman dans l’Océan Indien au Moyen Age", Cahen svolge - siamo nel 1968 - una prima riflessione sia riguardo alle fonti per la storia del commercio nell'Oceano indiano che sulle future linee di ricerca. In sostanza afferma quanto segue:
- La prima esigenza è quella di distinguere fra periodi ed aree geografiche. Il fatto non è così scontato perchè ci troviamo a dover mettere in relazione eventi storici e situazioni politico-economiche spesso interdipendenti. Per quanto riguarda il Medio Oriente Cahen richiama l'attenzione sul periodo intorno all'anno 1000, che vede passare il commercio dell'Oceano Indiano dal Golfo Persico al Mar Rosso, con la conseguente floridezza economica del porto di Aden. Di questo evento abbiamo parlato e più avanti parleremo in particolare di Aden.
- Altro punto importante è l'inaugurazione di rotte transoceaniche in mare aperto laddove sappiamo che per un lungo periodo la navigazione dell'Oceano Indiano era solo costiera. Ciò ha chiaramente favorito, nelle rotte dell'Oceano Indiano occidentale, i porti del sud dell'India. Riguardo alle rotte - dice Cahen - sarebbe importante conoscere il livello di interdipendenza fra rotte del nord (Medio Oriente verso India, Indonesia, Cina) e quelle del Sud (quei paesi verso l'Africa) e se vi fosse un flusso commerciale abituale "triangolare".
- Dobbiamo inoltre iniziare a tracciare un quadro riguardante la nazionalità e la confessione dei mercanti dell'Oceano Indiano. Quel'è il ruolo giocato da cinesi, indù, malesi e mediorientali nelle diverse epoche? L'importanza degli indù cala molto rispetto all'epoca classica. I cinesi, se non sporadicamente, non riescono in questo periodo a stabilire una rete commerciale stabile nell'Oceano Indiano. I mercanti malesi sembrano avere un ruolo scarso se non sulle rive dei loro paesi di appartenenza. Secondo Cahen sono i mediorientali ad avere dunque il predominio del commercio dell'Oceano Indiano in questo periodo, laddove non parliamo di una "talassocrazia" perchè non v'è alcuna volontà costrittiva nei confronti di altri soggetti dal punto di vista dei mediorientali. Piuttosto è corretto parlare di mediorientali in genere e non musulmani poichè i mercanti di cui parliamo non sono necessariamente musulmani. Troviamo infatti cristiani armeni, zoroastriani persiani e - come si è visto - ebrei. Ha senso parlare di mediorientali perchè, come abbiamo sottolineato nell'altra lezione, non stiamo parlando solo di arabi, o persiani, ma di tutti coloro che abitano le terre dell'Islam, al di là della loro appartenenza religiosa. Vedremo in Massignon quanto lo statuto giuridico e sociale del commerciante nell'Islam abbia portato ad un forte sviluppo del commercio in quelle aree.
- Un'altra domanda da porsi è in che misura i paesi del Mediterraneo partecipano al commercio dell'Oceano Indiano. In questo contesto rientra il concetto espresso prima ma in maniera rovesciata. Se infatti non v'è esclusione su base religiosa o etnica all'interno del contesto islamico v'è esclusione se il mercante non è un "soggetto giuridico" dell'Islam (i dhimmi). Come afferma Cahen non v'è affare commerciale fra Mediterraneo e Oceano Indiano che non passi per la mediazione del Cairo (fino al periodo portoghese). Allo stesso tempo, osserva Cahen, i mercanti appartenenti alle chiese cristiane d'oriente fanno commerci verso est ma mai verso ovest. Tutto ciò probabilmente è dovuto a quella distinzione che abbiamo fatto nelle scorse lezioni riguardo al "mare armato", cioè il Mediterraneo e il mare inteso solo come "autostrada" libera dalla dominazione specifica di uno o dell'altro Stato. Parallelamente è importante chiedersi quale fosse il trattamento nei confronti dei mercanti da parte dei soggetti non islamici (abbiamo visto l'esempio della chiusura cinese e del sacco di Canton)
- Fondamentale è anche il discorso sugli "oggetti commerciati". Visto che il commercio si fa in due direzioni o triangolarmente bisogna distinguere fra prodotti importati ed esportati. La "lista" degli oggetti commerciati, ovviamente, cambia di periodo in periodo, ma ci sono alcune importanti costanti che ci fanno capire quanto dal commercio dipendesse la grandezza dell'Islam. La prima è il commercio degli schiavi che si verifica verso l'Islam ma mai dall'Islam verso qualche altro paese, un commercio che arricchisce i mercanti dello Yemen e del Golfo Persico. Essi provengono quasi esclusivamente dall'Africa nera (abbiamo parlato degli Zenj). Non abbiamo hindù ne malesi. Non abbiamo nemmeno esportazioni di schiavi dal Medio Oriente all'India ed alla Cina. Un altro importante prodotto d'importazione è il legno (specialmente il tek), scarso in Medio Oriente e utilizzato sia per le navi che per altre importanti costruzioni. Altre costanti d'importazione sono spezie, legno prezioso, pietre preziose, seta e porcellane, ma quali sono i beni mediorientali d'esportazione? Cahen sottolinea che il Medio Oriente esporta soprattutto "stock monetari" e ciò significa che il rapporto import-export non è assolutamente equilibrato.
- Altra questione riguarda l'esistenza o meno di una unità economica dell'Oceano Indiano. E ciò comporta studi di tipo linguistico, studi sui pesi e le misure e se vi sia un meccanismo di equivalenza fra esse, studi sui sistemi di dogana e di tassazione (vedremo alcuni esempi), studi sulle tecniche navali.
Cahen, C., "Le commerce musulman dans l’Océan Indien au Moyen Age", in Mollat, M. (présentés par), Sociétés et compagnies de commerce en Orient et dans l'Océan Indien: Actes du Huitième Colloque International d'Histoire Maritime (Beyrouth - 5-10 septembre 1966), Paris, 1970