Sui velieri che solcavano l'Oceano Indiano durante il medioevo le responsabilità più gravose erano affidate al "mu`allim", il mastro pilota. Il suo era un ruolo ben definito: un professionista della navigazione a cui è affidata la responsabilità della nave in tutti i suoi aspetti. Il "nakhoda" e cioè il padrone della nave, stipulava con lui un contratto che aveva termine nel momento in cui merci e passeggeri erano sbarcati nel porto di destinazione. Il ruolo del "mu`allim" era così delicato che nei porti dell'Oceano Indiano i "ma`alima" (plur.) si strutturavano in gilde che si facevano garanti della qualità dei servizi forniti e definivano i diritti e i doveri dei loro affiliati nei confronti dei committenti e delle navi pilotate. Questi uomini possedevano una scienza molto raffinata. Navigavano per settimane in mare aperto con l'ausilio (occasionale) di pochi strumenti di misurazione e sfruttando principalmente le loro conoscenze geografiche, metereologiche e soprattutto astronomiche. Portoghesi, inglesi e olandesi, nel periodo delle "scoperte", dovranno affidare i loro velieri ai ma`alima, gli unici a conoscere la "scienza dell'oceano".
I primi portoghesi a viaggiare per l'Oceano Indiano alla fine del XV secolo menzionano alcuni aspetti di questa loro scienza, annotando l'uso di strumenti e mappe, ma è solo a partire dai primi anni dell'800 che tornano alla luce quei trattati teorici e quei manuali di "guida delle navi" che erano alla base di quel sapere.
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Ibn Magid, vissuto a cavallo fra il XV e il XVI secolo, è uno dei più importanti "ma`alima" dell'Oceano Indiano. Ci ha lasciato quella che consideriamo la summa delle conoscenze sulla scienza nautica del mondo antico e medievale ad uso dei "mastri piloti": il Kitab al-Fawa'id fi Usul al-Bahr wa al-Qawa`id (I Libro dei consigli utili sui principi e le regole del mare).
Nel suo libro Ibn Magid ci fornisce una storia della navigazione musulmana. L'inizio di questa storia sconfina nel mito e - soprattutto - ci dimostra quanto nel medioevo islamico ogni professione avesse una sua agiografia. Secondo questo autore la navigazione nasce con l'Arca sebbene Idris, uno dei Profeti citati nel Corano, avesse già inventato l'astrolabio in tempi antecedenti all'avventura di Noè. Le proprietà della magnetite sono usate invece la prima volta da Davide, che - fra l'altro - usa una pietra magnetica per uccidere Golia. Il primo a mettere in un rapporto fisso l'inizio dell'anno con lo zodiaco, scoprendo il primo punto dell'Ariete, è invece Alessandro Magno il Bicorne. Uscendo dal mito e portandoci più vicini nel tempo troviamo quelli che Ibn Magid chiama "i tre leoni", tre grandi piloti di periodo islamico. Questi primi "scienziati della navigazione" dovevano essere attivi nell'VIII-IX secolo e Ibn Magid - che si definisce "il quarto leone" - si inserisce nel solco della loro tradizione. Probabilmente egli non disponeva delle loro opere ma ne leggeva stralci citati in libri dell'XI secolo: è proprio su questi testi , oltre che suoi lavori dei grandi studiosi di astronomia musulmani, che si basa il suo lavoro. Il suo punto di riferimento più diretto è però prima di tutto suo padre e poi suo nonno, entrambi "ma`alima" come lui.
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I capisaldi scienza della navigazione sono illustrati da Ibn Magid con precisione e dovizia di particolari. L'autore si concentra prima di tutto sul metodo più in uso nell'Oceano Indiano per "grigliatura" del cielo notturno: lo zodiaco lunare. È basato su 28 ripartizioni del cielo (12 sono invece quelle solari), corrispondenti a 28 stazioni giornaliere dell'orbita mensile della luna. All'interno di questa "affettatura" si inseriscono i segni dello zodiaco solare, il resto delle stelle fisse e i pianeti. Sono descritti ogni singolo astro o costellazione (sono centinaia) che possono essere presi come riferimento per determinare la propria posizione in mare o la posizione del porto d'arrivo.
Quanto alla teoria della navigazione arabo-islamica è tesa ad un solo obiettivo: raggiungere il punto desiderato in tutta sicurezza e nel minor tempo possibile. Le tecniche per arrivare all'obiettivo sono diverse: la più semplice è la conoscenza delle teorie generali sulle maree, sui venti, sui punti di riferimento terrestri, sulla colorazione delle acque per individuare le correnti marine. Questa parte della teoria della navigazione va sotto il nome di "isharat", cioè "segnali" visibili sull'orizzonte terrestre durante il giorno. Viene di seguito la "scienza delle relazioni" (majra), ovvero quell'insieme di saperi da usare quando il punto che si vuole raggiungere non è visibile e bisogna prendere una direzione. È qui che entra in gioco la bussola. La tecnologia fa la sua comparsa per la prima volta in Cina nell'XII secolo ma il suo uso è limitato a pratiche divinatorie legate alla geomanzia. In ambiente islamico, dal XIII secolo in poi, troviamo menzionata la bussola (al-ibra) come strumento per la navigazione. I testi, tuttavia, la citano solo per notificarne il malfunzionamento. I racconti dei primi esploratori europei dell'Oceano Indiano, nel XV secolo, ci segnalano uno scarso uso della bussola. Ibn Magid, che dedica ampia parte del suo libro alla "scienza delle relazioni", conosce lo strumento ma lo menziona raramente. Le sue teorie e i suoi calcoli sono fondati sull'osservazione dei movimenti e delle posizioni delle stelle e non sull'uso o meno di tecnologie utili a trovare la giusta direzione. Questo ci fa pensare che per i piloti dell'Oceano Indiano le stelle fossero più affidabili di aghi e magnetite. E che altre strumentazioni di bordo, seppure esistenti, fossero usate solo quando altre conoscenze più consolidate non potevano essere utilizzate (ad esempio nelle notti nuvolose). Essi dividevano l'orizzonte in 32 porzioni, seguendo un sistema più raffinato di quello in uso nel Mediterraneo, dove le porzioni erano 16. A differenza dell'area mediterranea, i 32 "rombi" non portavano il nome di venti ma di stelle maggiori che nascono (matla`) o si posizionano (mughib) approssimatamente in quell'area del quadrante. Puntando una stella e usando la scienza del "qiyas" (misurazione), ricavavano la latitudine (`ard) relativa alla propria posizione e a quella del punto d'arrivo. Mettendo in relazione le distanze fra due stelle nel loro procedere dal punto di apparizione sull'orizzone fino al punto di posizionamento nel cielo notturno essi potevano calcolare (molto approssimatamente) le longitudini (tawl), una pratica inserita in quella che veniva chiamata la "scienza delle distanze" (masafa).
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Accanto ai saperi astronomici i piloti dell'Oceano Indiano condividevano vaste conoscenze nel campo della metereologia, le cui basi sono menzionate già nel Corano. In particolare avevano a che fare con i cicli monsonici da cui dipendeva la navigazione oceanica. La parola monsone, ormai usata per indicare il sistema di venti dell'Oceano Indiano e dell'Atlantico nell'emisfero boreale, viene dall'arabo mawsim (plur. mawasim), che significa "stagione". Dunque, la parola non indica in origine il vento in sé, nè la sua durata, nè la sua direzione. Essa è collegata alla navigazione dell'Oceano Indiano in quanto in quell'area i ma`alima la usavano per indicare le date più propizie per le partenze da un porto verso un altro. In questo senso, quindi, significa "stagioni per la navigazione" tanto che originariamente, accanto al termine "mawsim", compariva il nome del porto di partenza (es. mawsim al-Zafar). Al plurale il termine era usato nella locuzione mawasim al-asfar (stagioni dei viaggi) e, più raramente, mawasim al-riyah (stagioni dei venti). L'apertura della stagione dei viaggi per mare in Arabia veniva generalmente detta "futuh mawsim al-bahr al-hindi", cioè "apertura della stagione del Mar dell'India". L'opposto di mawsim è, non a caso, "ghalq", una parola che indica la chiusura della stagione propizia per il viaggio.
Allo scopo di fornire tavole attendibili per le stagioni della navigazione, i ma`alima usavano un metodo basato sul calendario solare, molto più facile da interpretare - almeno in questo contesto - rispetto al calendario lunare musulmano. Si trattava, dunque, di un sistema di numerazione in 365 giorni (senza anni bisestili, il chè generava qualche problema) che partiva dal giorno di Nairuz (la parola deriva da "Nawruz", il primo giorno dell'anno solare persiano). Così, nelle "tavole delle stagioni" fornite da Ibn Magid, le date di partenza dai porti avevano la seguente forma "74 giorni dal Nairuz".
Il monsone di sud-est è chiamato in arabo "rih al-kaws" o "rih al-dabur", il primo usato nell'Oceano Indiano per indicare specificatamente il monsone e il secondo che significa più genericamente "vento da occidente". Il monsone di sud-ovest inizia molto leggero in marzo sulla Costa orientale dell'Africa per poi raggiungere la sua massima forza ed estensione a giugno. Raggiunge così le coste del Gujarat e del Sind alla fine di maggio o all'inizio di giugno ed arriva prima nel Malabar e a Sri Lanka che a Bombay. Nella Baia del Bengala sorge in maniera simile da ovest verso est e raggiunge il Bengala nell'ultima metà di giugno. In giugno e luglio poi soffia con più forza, portando con sé la stagione delle piogge, prima sulla costa occidentale dell'India e poi nella Baia del Bengala. All'inizio di agosto i venti cadono e la pioggia cessa, così anche la navigazione era bloccata mentre sulla costa occidentale dell'India, "chiusa" durante giugno e luglio, si poteva di nuovo navigare. Sulla costa araba durante la punta di massima forza dei venti di sud-ovest, i porti fra Shihr e Fartak venivano chiusi. La possibilità di veleggiare nel Mar d'Arabia con il monsone di sud-ovest era dunque, a causa di queste condizioni atmosferiche, ripartita in due, con una stagione "chiusa" in mezzo.
Il primo periodo, dall'alzarsi del monsone fino alla chiusura dei porti indiani, era enominato il mawsim al-kaws, o semplicemente al-Kaws o Awwal al-Kaws. Il secondo, dopo la chiusura della stagione, quando la pioggia cessava e il vento diventava più regolare, era conosciuto come Damani o Tirmah, la parola persiana per indicare il primo mese dell'estate (giugno-luglio). La stagione Damani termina con abbondanti piogge che durano circa una settimana nel sud dell'India e alle Maldive. Questo accade alla fine di settembre o nella prima settimana di ottobre: queste piogge erano conosciute come Bishkal, o "Le Piogge dell'Elefante" (matar al-fil) e sono conosciute ancora oggi nel Malabar come "Elephanta". Altri fattori di una certa importanza nel regolare il traffico verso est erano alcuni venti minori non monsonici.
Il monsone di nord-est era conosciuto ai navigatori come Rih Azyab o Rih al-Saba, l'ultima di queste denominazioni è un nome generico arabo per un vento di nord-est. Un altro termine usato era Qabul. Il viaggio di ritorno attraverso l'Oceano con questo vento era molto più facile da fare perchè questo vento, che parte dal continente, non porta piogge e non gonfia molto il mare, almeno alle latitudini più alte. Era quindi possibile viaggiare durante tutto il periodo monsonico. Questo monsone inoltre continua all'interno del Golfo di Aden, diviene vento di sud-ovest quando passa per Bab al-Mandib e si spegne solo a metà del Mar Rosso (prendeva il nome di Azyab). In questo periodo le vele potevano viaggiare da Malacca a Jedda con un solo vento. Il monsone di nord-est inizia all'inizio di ottobre in Bengala e in Sind raggiungendo Ceylon alla fine del mese ma non essendo avvertito a Zanzibar fino alla fine di Novembre. Anzi, spesso nessun vento raggiunge questa latitudine per un certo numero di mesi seguenti cosicchè alcune navi spesso non riuscivano affatto a raggiungere Zanzibar.
Fra i due monsoni ci sono periodi di venti deboli e instabili, le brezze di terra e di mare sono prevalenti. I viaggi potevano continuare e ed essere portati in direzioni diverse da quelle prese durante i monsoni. Spesso le vele arabe preferivano i periodi in cui i monsoni non erano al massimo della forza perchè il moto ondoso era più debole. I mesi di mezzo fra i monsoni erano usati per viaggi nord-ovest e sud-est che erano agli angoli destri dei monsoni. Questo era il momento del "vento delle due navigazioni" (rih al-qila`ayn) chiamato ancora così dagli abitanti del Tanganyika, in traduzione "tanga mbili".
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Ma il mu`allim non è solo uno scienziato, è anche e soprattutto il "governatore" di una nave. Nei suoi doveri rientrano anche la soprintendenza alla salvaguardia della salute di tutti i passeggeri e l'arbitraggio sulle loro contese. Ibn Magid chiama questa branca del suo sapere "siyasat", ovvero "stili", "comportamenti", o "politiche". Si tratta di una conoscenza non secondaria per un pilota esperto: d'altronde, "sebbene non siano scientifiche in sé", queste attività "sono ispirate dalla conoscenza scientifica".
Non manca, infine, l'aspetto deontologico. Questo è ciò che dice un mastro pilota del XV secolo, Mahmud Shah di Malacca: "I doveri del mu`allim consistono nella zelante osservazione del mare aperto e di quello costiero, dei venti, delle burrasche dei movimenti della luna e delle stelle, delle stagioni ... Egli deve conoscere baie, secche, capi, isole, barriere coralline, entrate negli stretti, luoghi dove trovare l'acqua, colline, montagne e deserti ... così da guadagnare la fiducia della sua ciurma, sia a terra che in mare ... Il mu`allim non può abbandonare la nave in qualsiasi posto o situazione".
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Quanto erano diffuse nell'Oceano Indiano opere come quella di Ibn Magid? Quanto erano realmente sviluppate le scienze nautiche nell'Oceano Indiano prima che apparisse il suo lavoro? Le fonti ci parlano poco a questo riguardo. Sappiamo però che molte di quelle conoscenze che Ibn Magid riportò nel suo libro erano tramandate oralmente, o riportate in forma poetica in lunghe "qasa'id" rimate, in cui si ricordavano rotte, mappe del cielo, sistemi di misurazione, comportamenti dei venti eccetera. Un modo per ricordare meglio a memoria quelle nozioni tanto importanti. E anche per non rischiare di "perderle in mare" durante un naufragio. Un buon sistema, insomma, se si considera quanto i libri fossero un bene piuttosto "a rischio" in mare.
A Ibn Magid va il merito di aver trascritto in prosa e quindi trasmesso i secoli di tradizione scientifica dei piloti dell'Oceano Indiano. Non è un caso che di lui si conserva la memoria in racconti orali risalenti addirittura alla metà del XIX secolo, ovvero tre secoli dopo la sua morte. C'era chi - prima di partire per una lunga traversata - vi votava al "vecchio Magid" con una preghiera speciale e nel 1836 un pilota originario delle Maldive di nome Syed Hosein Sidi diceva al viaggiatore James Princep di voler produrre un libro sulla navigazione intitolato "Il Libro di Magid". Una leggenda raccolta all'inizio del XIX secolo lo indica addirittura come lo "scopritore della bussola da navigazione", intendendo forse con questo che il nostro diede forma per la prima volta ad una "teoria delle relazioni" compiuta, che contempla anche l'uso di quello strumento.
Il giudizio che i successori di Ibn Magid danno sulla sua persona tuttavia è segnato da una macchia indelebile, di cui - però - il nostro sembra non avere colpa. Diverse tradizioni, poi smentite dalle fonti storiche, lo vedono pilotare la prima nave portoghese in rotta verso l'India (1498): il "vecchio Magid" avrebbe dunque, per denaro, svelato i segreti dell'Oceano Indiano a quegli efferati e malevoli conquistatori. Di certo sappiamo, e i suoi scritti ce lo fanno intuire, che Ibn Magid di avventure ne visse molte, così come tutti i "ma`alima" dell'Oceano Indiano. Le loro storie sono ricordate nei primi "libri di avventura" del periodo islamico, risalenti al IX secolo circa. Sono loro i protagonisti dei racconti di Sinbad il Marinaio: naufragano in isole lontane che spesso nascondono sorprese orribili o meravigliose, combattono contro mostri marini o contro re malvagi, sposano donne maligne da cui poi fuggono e infine tornano a casa trovando che tutto è cambiato.
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