Produzione, domanda e offerta, imprevedibilità dei cicli produttivi nell'Oceano indiano pre-coloniale (K. N. Chaudhuri)

Una fondamentale riflessione sul commercio dell'Oceano indiano in periodo pre-coloniale è di K. Chaudhuri in Trade and Civilization in the Indian Ocean (1985) e poi in L'Asia prima dell'Europa (1991). Quello che segue è un sommario di quanto espresso da questo autore al riguardo.

Il commercio pre-industriale ha una serie di caratteristiche distintive. Le merci scambiate da una regione all'altra non possono essere classificate nettamente con le categorie che gli storici dell'economia internazionale usano per il periodo posteriore alla rivoluzione industriale. Il primo elemento da sottolineare, infatti, è che il tipo di merci scambiate erano molto più casuale, dipendeva dal tipo di viaggio che veniva intrapreso e da ciò che si trovava nei porti di arrivo. Invece nel mondo industriale il tipo di merci iniziò ad avere una standardizzazione maggiore dovuta ai gestori del commmercio e ai bisogni delle fabbriche. In particolare il flusso era da est a ovest per le merci non lavorate e da ovest ad est per le merci lavorate. In quest contesto vaste aree del mondo e soprattutto dell'Oceano Indiano, a partire dal XIX secolo, si specializzarono nella produzione di cereali, di colture commmerciali (come il te e il caffè ad esempio) e minerali che venivano esportati nei paesi industrializzati dell'Ovest.

Il commercio dell'Oceano indiano prima dell'800 obbediva dunque ad un'altra logica. La domanda di materiali grezzi o di trasporto di granaglie era abbastanza comune. Alcune aree della costa o interne nel Medio Oriente in India e in Cina erano specializzate nella manifattura di prodotti industriali. Ma la composizione del commercio fra le diverse aree non era determinato principalmente dalla natura di quella specializzazione. In altre parole le manifatture industriali non erano determinate se non in parte dalla domanda commerciale e avevano un radicamento storico-culturale nelle aree dove venivano praticate.

I fattori sono semplici da identificare: prima di tutto l'abilità dell'economia locale di creare un surplus che andasse oltre il semplice livello della sussistenza ed avesse la capacità di riprodursi in un periodo di tempo sufficiente da risultare un punto di riferimento stabile per i mercanti che, altrimenti, avrebbero trovato le stesse merci altrove. Nell'area di interesse del commercio dell'Oceano Indiano vi erano aree di forte deficit e di forte surplus. Come è evidente guardando una mappa le caratteristiche geografiche delle varie aree erano fortemente diverse l'una dall'altra. Andiamo dalle zone aride e dedite soprattutto alla pesca delle coste arabe fino ai "paradisi" agricoli del sud-est asiatico in un dualismo quasi geometrico che per cui alcune aree dipendevano da altre anche per la produzione di beni di sussistenza. Aree di domanda e di offerta, inoltre, dipendevano anche da fattori politici più ampi. Osserviamo ad esempio che lo spostamento della capitale musulmana da Damasco a Baghdad in periodo Abbaside provocò prima di tutto uno spostamento verso oriente del baricentro dell'impero islamico ma soprattutto, dal nostro punto di vista, una maggiore vocazione della capitale dell'Islam nei confronti dell'Oceano Indiano da cui Baghdad riceveva le merci per il suo sostentamento.

D'altra parte il sistema dei monsoni imponeva una sequenza uniforme dell'attività marittima e quindi economica privilegiando, come abbiamo visto, alcune tratte rispetto ad altre. La cosa si complicava poichè a causa di fattori soprattutto ambientali vie erano forti variazioni di livello produttivo: la densità della popolazione, l'incidenza delle piogge, la fertilità del territorio ed il livello delle tecnologie usate, continuamente interagivano fra loro e rendevano le comunità più o meno ricche. In questo contesto interagivano anche una serie di turbative come una guerra localizzata o un tifone o una siccità. Queste aree, come sottolinea Chaudhuri (L’asia prima dell’Europa, Roma, 1994), erano soggette a variazioni tali che la geografia del commercio di alcune merci cambiava continuamente.

Come detto, laddove un'area cadeva in disgrazia, i mercanti si rivolgevano altrove, venti permettendo. I mercanti, tuttavia, non erano in grado di organizzare su due piedi una nuova rete commerciale. E, inoltre, le conseguenze di una sovrapproduzione erano gravi allo stesso modo di quelle di una sottoproduzione: nei porti di arrivo i prezzi di quella merce sarebbero crollati, non giustificando le spese per la messa in mare di una barca addizionale che trasportasse la merce in eccedenza. Chaudhuri racconta di un episodio verificatosi nel 1724. Dopo un lungo periodo di spedizioni fallite arrivarono 14 navi a Jedda dall'Egitto cariche di grano. Altre cinque le seguirono e gli esportatori del Malabar dovettero vendere il loro grano ad un prezzo stracciato negli stessi porti, realizzando pochissimi utili.

Insomma, se il commercio pre-moderno non era esattamente un fatto aleatorio, era comunque caratterizzato da un alto grado di fluttuazioni da anno ad anno. E, a ben vedere, la fragilità dei singoli sistemi produttivi dell'Oceano indiano produsse una forte interdipendenza.


Chaudhuri, K. N., Trade and civilization in the Indian Ocean, Cambridge, 1985

Chaudhuri, K. N., Asia before Europe, Cambridge, 1991

21/apr/2007 12.03

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