Alla fine del 1400 le navi lusitane aprono una rotta che fino a quel momento aveva una scarsissima importanza: il Capo di Buona Speranza e la parte più meridionale dell'Africa non erano stati parte fino ad allora di quello sterminato network economico-commerciale che nei secoli aveva trasformato l'Oceano in un "lago islamico".
I portoghesi praticavano un "commercio guerreggiato", seguendo un modello "mediterraneo" che mercanti e navigatori dell'Oceano Indiano non conoscevano. Per circa un secolo, e cioè prima dell'arrivo nell'area delle compagnie commerciali inglese e olandese, i lusitani cercarono di appropriarsi del monopolio delle spezie, in particolare del pepe: provano a tagliar fuori i porti del Mar Rosso che, collegati con il Cairo e quindi col Mediterraneo, rappresentano l'estremo nord-occidentale di una rete commerciale che raggiunge il nord della Cina, sia per mare che per terra, arrivando a sud-ovest fino alle coste dell'odierno Mozambico e a sud-est fino all' Indonesia e oltre (Molucche, Filippine).
A fare le spese di questa politica furono soprattutto quei gruppi di mercanti che per secoli avevano agito indisturbati ma nel rispetto di pacifiche regole di competizione commerciale. Ed anche i veneziani, che controllavano il fiorente mercato nel Mediterraneo settentrionale.Prendeva forma un assetto che, con l'entrata in gioco di inglesi e olandesi, alla fine del 1500, assunse definitivamente corpo: l'Oceano Indiano diveniva un violento "lago europeo" in cui le produzioni tradizionali di beni e merci si modellavano in funzione dei bisogni dell'Occidente. È in questo periodo che assistiamo ad una globalizzazione dell'economia, un processo che si concluderà quando, in periodo coloniale, il flusso commerciale subisce una definitiva inversione: le materie grezze verrano portate in Occidente e lavorate per poi essere rivendute in Oriente. Il processo è lungo ma già nel 1500 ne osserviamo alcuni importanti effetti a livello culturale: le popolazioni sottomesse dell'Oceano Indiano, specialmente quelle di aree periferiche (Africa Orientale e Indonesia), si coagulano attorno a simboli di appartenenza e identità culturale locali in funzione dell'opposizione alla presenza oppressiva occidentale.
Nel processo che portò gli europei ad avere l'egemonia nell'Oceano Indiano, l'Islam gioca il ruolo dell'"antagonista" principale, essendo l'unica entità culturale già presente nell'area che abbia dalla sua le carte per resistere all'invasione: l'Islam è infatti civiltà universalistica che contiene in sé i valori dell'eguaglianza e del riscatto. Non è un caso, dunque, che l'Occidente, con la sua presenza coercitiva, stimola la definitiva islamizzazione di aree come l 'Indonesia e l'Africa Orientale: l'Islam, in queste aree "periferiche", diviene l'unico vero "polo oppositivo" agli europei mentre, fino alla fine del '400 aveva rappresentato una componente culturale solo incidentalmente egemone e quasi completamente pacifica.
Sarebbe artificioso speculare sull'esistenza o meno di un processo di globalizzazione osservandone solo alcuni effetti secondari che, seppure importanti, sono di natura non economica ma culturale. D'altra parte, questi fenomeni di riappropriazione dell'identità in chiave politica sono tipici dei nostri tempi "globalizzati" e quindi dovrebbero essere analizzati nell'ottica della globalizzazione. C'è da chiedersi, infatti, se essa non sia, per definizione, un processo coercitivo che, invariabilmente, genera antagonismi e nemici. La risposta a questa domanda, ovviamente, richiede analisi molto più approfondite di questa.
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